Gioielliere ucciso, incarico a un legale

La zia del commerciante Giuseppe Manca, assassinato nel 2017 a Sorgono, muove passi formali e si rivolge alla Procura

SORGONO. L’appello di Maria Murgia, l’anziana zia del gioielliere di Sorgono Giuseppe Manca, ucciso quattro anni fa durante una rapina, non è caduto nel vuoto. «Al momento, non posso dire niente» è la dichiarazione di Enzo Domenico Basso, il capo della Procura di Oristano. Il magistrato, chiamato in causa dalla donna che, arrivata alla soglia degli 84 anni, prima di morire vorrebbe vedere gli assassini del nipote assicurati alla giustizia e teme l’archiviazione dell’inchiesta, si è limitato a proferire poche ma meditate parole.

Una dichiarazione concisa la sua che, tuttavia, potrebbe far presagire degli sviluppi in un’inchiesta complessa e difficile che riguarda un delitto efferato, sinora rimasto impunito.

Ieri la signora Murgia, unica zia per parte di madre del 63enne rimasto vittima di almeno due balordi che si erano introdotti nella palazzina di corso IV Novembre per mettere a segno il colpo sfociato in tragedia, ha formalizzato l’incarico al suo avvocato. Una decisione che dovrebbe facilitare i rapporti con l’ufficio giudiziario oristanese chiamato a individuare i responsabili della morte di Manca.

In questa storia che intreccia indissolubilmente la morte e l’amore ci sono altri, importanti risvolti. Dopo l’eco mediatica suscitata dalla dura ma civile protesta di zia Maria, originaria di Sorgono ma da anni residente ad Atzara, la donna ha ricevuto il sostegno incondizionato di familiari e concittadini, amministratori e amici. Innumerevoli gli attestati di incoraggiamento fioccati sul suo profilo Facebook che la vede molto attiva anche nel ricordo del commerciante sorgonese. Sul social media, accompagnate da numerosi commenti, sono comparse le fotografie che sabato sera, anniversario della morte di quel nipote tanto amato, la ritraggono assieme ai suoi familiari mentre posiziona il lenzuolo bianco con la scritta “giustizia per Giuseppe”. Un appello, quello striscione, messo sopra la saracinesca della gioielleria “Cose belle”, servito a squarciare il velo del silenzio e a riportare l’attenzione su uno dei tanti, troppi omicidi impuniti della Sardegna. E a chi le dice che il suo è un esempio da seguire, a chi, ancora, se la prende contro l’omertà che ha caratterizzato una vicenda così dolorosa, zia Maria Murgia risponde con la granitica certezza che le deriva dalla saggezza dei suoi tanti anni. «Finché avrò un alito di vita – scrive – non demorderò».

Lo ha detto subito dopo l’omicidio e lo ripete anche oggi, a distanza di quattro anni. «Giuseppe – dice –, era una brava persona che non meritava di morire in quella maniera. I suoi carnefici devono pagare per quello che hanno fatto».

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