Bimbo morto in piscina a Orosei: «Arduo anche per un adulto sfilare la mano da quel tubo»

Nuove testimonianze, in tribunale a Nuoro il costruttore: «Mi era stata chiesta una piscina più economica per uso privato»

NUORO. «Ho pensato molto all’incidente e ho immaginato, avendo il tubo nella parte inferiore dello scarico una filettatura, che la mano sarebbe potuta rimanere bloccata anche senza aspirazione. In una situazione di panico pure un adulto avrebbe avuto difficoltà a sfilarla. Avevo consigliato di tenere chiuso lo scarico di fondo, ma la grata doveva rimanere installata con protezioni che dovevano rimanere integre. La griglia era stata fissata con viti in acciaio inox, doveva servire per garantire la sicurezza ma anche il buon funzionamento della piscina». È stata lunga e dettagliata la deposizione fornita dal costruttore di piscine, Francesco Monni, sentito ieri dal giudice Giovanni Angelicchio, al processo per omicidio colposo che vede imputati Alessandra Gusai e Sergio Appeddu, proprietaria e amministratore dell’Holiday Residence di Orosei (difesi dagli avvocati Basilio Brodu e Adriana Brundu), dove due anni fa morì annegato Richard Mulas, il bimbo di 7 anni di Irgoli.

Tra i tanti aspetti ancora da chiarire chi avrebbe dovuto predisporre un servizio di custodia e di manutenzione della piscina, in modo da assicurare, a chi ne avesse fatto uso, una fruizione in condizioni di totale sicurezza. Dello stesso reato è accusato anche uno dei gestori della struttura, Mathias Winkler che ha scelto, però, di essere giudicato con rito abbreviato. «Avevo realizzato gli impianti della piscina del residence “Il Rifugio” circa 10 anni fa. Ero stato contattato da Sergio Appeddu, proprietario della struttura – ha detto Monni rispondendo alle domande del pm Bradamante –. Voleva un impianto sulla falsariga di quello che mi aveva presentato con tanto di preventivo e di richiesta esplicita: una piscina ad uso privato. Le mie proposte erano state escluse. Appeddu aveva optato per un impianto più economico anche perché la piscina doveva essere più che altro ornamentale. Motivo per cui nelle fatture e nel contratto non avevo specificato che si trattava di una piscina ad uso pubblico». Il costruttore si era occupato solo di realizzare l’impianto idraulico che prevedeva degli scarichi muniti di griglie protettive. «All’interno degli scarichi c’è un impianto di aspirazione – ha spiegato Monni – e se nella fattura ho scritto che era stato realizzato uno scarico di fondo, per forza doveva essere dotato di griglia, altrimenti non sarebbe stato a norma». Dopo i lavori il teste non si era occupato della manutenzione. Giusto qualche volta Winkler gli aveva chiesto informazioni sul trattamento dell’acqua. Il giorno dopo la tragedia, invece, era stato chiamato da Appeddu che gli aveva chiesto una griglia che il costruttore gli aveva fatto avere. Gli avvocati di parte civile, Francesco Lai e Piera Pittalis che tutelano gli interessi dei familiari del bambino, hanno chiesto al teste se una volta consegnati i lavori, avesse spiegato il funzionamento dell’impianto. «Certo – ha risposto – ho illustrato ad Appeddu e al socio il tipo di lavoro realizzato». Più tecniche le domande della difesa che ha concentrato il controesame su aspetti legati alla costruzione dell’impianto, alla classificazione per uso privato o per uso pubblico, al progetto e alle autorizzazioni per realizzarlo. «Appeddu mi aveva chiesto un impianto privato che prevede due skimmer, un solo scarico di fondo ed è fruibile da massimo 3 unità abitative – ha detto Monni –. Se poi ne hanno fatto un uso diverso, io non lo so. Lo scarico era laterale e il bimbo aveva dovuto infilarci la mano. Mi era stato chiesto un preventivo secondo un progetto già esistente. Appeddu aveva le autorizzazioni e non avendo realizzato io la parte edile, ho ritenuto non opportuno chiederlo. A me – ha concluso il teste – era stata chiesta una fornitura di materiali e un certo tipo di impianto».

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