Masih davanti ai giudici per stalking e violenze

L’aggressore di Paola Piras andrà a processo con rito abbreviato nel marzo 2022 Un lungo elenco di maltrattamenti culminato nell’omicidio del figlio della donna 

LANUSEI. L’aggressore di Paola Piras andrà a processo con il rito abbreviato per una lunga serie di vessazioni, ingiurie e umiliazioni culminate in un tentativo di strangolamento ai danni della sua compagna. Il gup del tribunale di Lanusei, Giorgio Cannas, ieri mattina ha accolto la richiesta del difensore di Shaihd Masih, attualmente in carcere a Uta con l’accusa di aver ucciso il figlio ventenne della donna, Mirko Farci, e di aver infierito su di lei con decine di coltellate lasciandola in fin di vita nella sua camera da letto al terzo piano di una palazzina di Tortolì. Il giudice ha fissato la data del processo per stalking e maltrattamenti per il prossimo 22 marzo, in caso di condanna dovrà scontare un terzo della pena. A sostenere l’accusa contro l’operaio, il pubblico ministero Giovanna Morra. Paola Piras, che sta affrontando un lungo percorso fisico e psicologico per riprendersi dall’aggressione messa a segno con 17 coltellate, è parte offesa ed è rappresentata dall’avvocato Paolo Pilia.

I capi di imputazione che la Procura ogliastrina contesta all’operaio riguardano un periodo che va dal novembre del 2019 sino al dicembre del 2020. Oltre un anno, nel corso del quale, Masih Shahid avrebbe isolato quella che allora era la sua convivente, costringendola a rinunciare ai rapporti sociali, ricoprendola di pesantissimi insulti e minacciandola di morte in almeno due occasioni. Non solo, avrebbe infierito contro Paola Piras con calci e pugni, arrivando il 15 dicembre del 2020, a stringerle le mani attorno al collo. Abusi fisici, verbali e psicologici ripetuti nel corso dei mesi che, alla fine dello scorso anno, hanno convinto la vittima a sporgere denuncia ai carabinieri di Tortolì.

L’epilogo di una vicenda drammatica si è rivelato tragico: Paola Piras , solo alcuni mesi dopo, è stata aggredita dall’ex compagno violento su cui, proprio in seguito alle denunce per maltrattamenti e stalking, pendeva il divieto di avvicinamento da parte del giudice di Lanusei. Una misura che non era servita a fermare l’operaio pachistano. L’uomo, alle prime luci dell’alba dell’11 maggio si era introdotto nell’edificio di viale Monsignor Virgilio e aveva raggiunto l’appartamento di Paola. Quella tragica mattina, con la donna, c’era il suo secondogenito Mirko. Il ragazzo nel tentativo di difendere la madre si era frapposto tra lei e il suo aggressore che lo aveva colpito con alcuni fendenti, due dei quali, mortali, avevano raggiunto in profondità il torace e un polmone. Dopo l’aggressione Masih era scappato. La sua fuga era durata poche ore: l’operaio, fermato dai carabinieri con ancora addosso gli indumenti intrisi di sangue, aveva confessato di aver accoltellato il ragazzo.

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