Orgosolo mette alla prova il sardo, per i turisti è una lingua identitaria
L’indagine condotta dallo sportello sovracomunale attraverso un questionario compilato da 78 persone provenienti da tutto il mondo
Orgosolo Siamo soliti discutere della lingua sarda chiusi nel recinto dei nostri pregiudizi localistici. Ci accaloriamo su confini fonetici, varianti di villaggio e standard linguistici come se il sardo fosse un affare esclusivamente privato, un codice domestico da preservare sotto vetro. Ma cosa succede se proviamo a ribaltare la prospettiva? Se chiedessimo a chi viene da fuori di dirci chiaramente cosa sente quando cammina tra i murales di Orgosolo? L’indagine condotta dallo sportello linguistico sovracomunale, gestito l’anno scorso dalla ditta Suia, ha provato a fare proprio questo: mappare la percezione del sardo attraverso gli occhi dei turisti stranieri.
Tra luglio e settembre 2025, 78 visitatori tra inglesi (solo 2), polacchi (11), francesi (27), tedeschi (32) e spagnoli (6) hanno risposto a un’inchiesta digitale inquadrando un codice qr dalla rispettiva locandina. Partendo da una domanda interamente dedicata a loro: «Do you speak English?», «Mówisz po Polsku?»,«Parlez-vous français?», «Sprichst du Deutsch?», «Hablas español?». E partendo dal loro background: «La tua lingua è divisa in dialetti?» e, soprattutto, «C’è grande distanza tra essi?». Le risposte, pur non tutte uguali, mostrano quanto le variazioni diatopiche non siano una prerogativa del sardo.
Ma è quando si passa alle domande su noi che emerge il dato più politico. La maggioranza degli stranieri (49 su 78) non ha dubbi: il sardo è una lingua. Il primato della consapevolezza spetta agli spagnoli che, al 100%, ne riconoscono l’autonomia, probabilmente aiutati da alcune affinità strutturali. Anche i francesi, pur con qualche incertezza forse figlia del forte centralismo linguistico transalpino, tendono a vedere nel sardo un sistema a sé stante. Al contrario, i polacchi e i pochi inglesi interpellati sono i più propensi a declassarlo a dialetto, forse per una minore familiarità con le radici romanze. Ma anche al di fuori della Romània vi è chi è chi in maggioranza ci dice che è una lingua: è il caso dei tedeschi, di cui solo 10 di 32 dicono che è un dialetto della lingua di Dante.
Un altro punto cruciale riguarda la proiezione del sardo verso l’esterno. Se vogliamo che abiti l’Europa e il mondo, come deve presentarsi? Alla domanda se preferirebbero imparare le nozioni di una limba comuna o le differenze dialettali, la risposta dei turisti è pragmatica: 36 preferenze vanno all’opzione “un sardo comune”, 26 all’apprendimento contrastivo tra standard e varietà, solo 11 rinuncerebbero alla norma sovralocale. Questo dato smonta l’equazione “standardizzazione = minaccia”. Per lo straniero che pensa alla lingua come a un qualcosa da scoprire durante la trasferta e per gli spagnoli e gli inglesi questo è un valore altissimo (voti medi tra 4.83 e 5.0) - avere un riferimento unitario è la porta d’accesso necessaria per poi apprezzare la biodiversità interna.
L’inchiesta di Orgosolo ci consegna una lezione di umiltà e visione. Mentre noi ci perdiamo in dispute accademiche o campanilismi, il turista ci dice che il sardo è un patrimonio immateriale che vale il viaggio. C’è una “voglia di sardo” che attraversa i confini: dai polacchi agli spagnoli, molti sono pronti a mettersi in gioco per impararne almeno i rudimenti. Il sardo non è dunque un fossile da difendere dall’esterno, ma una lingua viva che attende solo di essere organizzata per parlare al mondo. Uscire dal pregiudizio localistico significa capire che, per essere davvero "per noi", il sardo deve poter essere anche "per gli altri". Forse solo così potrà smettere di essere un riflesso del passato e diventare uno strumento per il prossimo futuro.
