Eversione di stampo fascista, comincia il processo in Assise
Sei baroniesi a giudizio. Per l’accusa sostenuta dalla Dda volevano rovesciare l’ordine democratico
Nuoro Secondo l’accusa, tra il 2019 e l’estate del 2021, ognuno con un suo ruolo, tra posizione centrale e altre più defilate, a Torpè e dintorni avevano messo su un gruppo criminale con un obiettivo che sembrava uscito dritto dritto dai tempi più bui e passati della storia d’Italia. E dal nome che era tutto un programma: fronte legionario sardo. Un gruppo, sostengono gli inquirenti, che puntava non solo a piazzare consistenti quantità di droga nel mercato isolano, ma anche a rovesciare l’ordine democratico, attraverso attentati, incendi, intimidazioni, e che comunque puntava a riorganizzare il partito fascista o nazionalsocialista, in chiave sarda, e con base a Torpè. Il progetto, stando alle indagini, da parte del suo presunto ideatore – il quarantenne di Torpè, Ananio Manca – era così deciso che lo stesso promotore, in una fase iniziale era stato estromesso dal movimento di estrema destra “Ultima legione” proprio perché accusato di essere “troppo estremista”. E per questo il giovane baroniese, stando a quanto sostenuto dall’indagine, avrebbe deciso di creare un gruppo suo: il Fronte legionario sardo. Per la difesa, in sostanza, l’intera accusa, invece è priva di fondamento, né, tantomeno, è supportata da prove o indizi. «Non c’entro niente, né con gli attentati né con il razzismo e il partito fascista. Non ho mai pensato di fondare un partito del genere, leggo Mussolini così come leggo Gramsci. Quanto agli attentati, dico solo che sono stati fatti anche a persone a me vicine, figuriamoci quale interesse avrei potuto avere a farli. Non ho fatto nulla» aveva detto nel febbraio del 2023, nelle sue dichiarazioni spontanee davanti al gip Giorgio Altieri, uno dei principali indagati dell’inchiesta: Ananio Manca.
Sono trascorsi tre anni, dunque, dall’inchiesta giudiziaria che per gli inquirenti aveva stroncato quasi sul nascere, e prima che facesse danni ancora più pesanti, un’associazione a delinquere “con finalità di eversione dell’ordine democratico”, e oggi, 27 maggio, in tribunale a Nuoro, il processo nato da quell’indagine, seguita sin dall’inizio dai carabinieri del Ros sezione anticrimine di Cagliari con i colleghi del comando provinciale di Nuoro, toccherà la sua prima udienza. Il giudizio, come sempre succede nei casi di associazioni a delinquere e con questi contorni, sarà affidato alla corte d’assise. A presiedere la corte sarà la presidente della sezione penale, Elena Meloni, che avrà come giudice a latere, il collega Filippo Orani, e i diversi giudici popolari. Il pubblico ministero sarà Gaetano Porcu, sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia. Gli imputati sono sei, tutti nati o residenti nella zona di Torpè. Rispetto all’inchiesta iniziale, approdata poi in diverse misure cautelari eseguite a metà febbraio di tre anni fa, e dopo alcune sentenze di non luogo a procedere “per non aver commesso il fatto” nei confronti di altrettanti indagati, a giudizio oggi ci saranno i fratelli di Torpè Angelo e Niccolò Sulas, rispettivamente di 31 e 26 anni, Ananio Manca, di 43 anni, Federico Capra, di 41 anni, Martino Manca, di 37 anni, Gian Piero Gusinu, di 61 anni. Sono difesi dagli avvocati Gianluca Sannio, Margherita Baragliu, Rinaldo Lai, Angelo Manconi e Angelo Magliocchetti.
L’inchiesta era partita dalla scoperta, da parte degli investigatori, di un gruppo whatsapp dai contorni decisamente particolari e inquietanti. Una di quelle chat che con il tempo cominciano a includere diverse persone e con scopi diversi di volta in volta. In questo caso si trattava di un gruppo con espliciti richiami al fascismo e con chiare venature razziste. Ma, sempre secondo l’indagine, fra il 2016 e il 2019 le attività del gruppo si erano indirizzate anche nel preparare e mettere in atto diversi atti intimidatori ai danni di sindaci, amministratori, stranieri che vivevano in Baronia. Per gli inquirenti tutti quegli atti criminali avevano un fine preciso: l’eversione dell’ordine democratico, imponendo a Torpè e dintorni il proprio controllo. Insieme alla scoperta del gruppo whatsapp, a dare il via all’indagine, del resto, era stato anche il ritrovamento, da parte di carabinieri, di alcuni volantini e proiettili davanti ai seggi elettorali in occasione delle elezioni europee del 2019, nei quali veniva intimato ai cittadini di non votare.
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