Marinaio morto, la madre: «Vogliamo solo giustizia»
Gli avvocati di Giuseppe Nanula, morto il 30 marzo 2011 e ritrovato dopo 7 mesi chiedono che sia riaperto il caso sull’incidente avvenuto nelle acque di Tavolara
OLBIA. Il tempo non è stato un balsamo sul suo cuore ferito. Tre anni non hanno reso meno infelice la vita di mamma Sabina senza il figlio Giuseppe. La signora Nanula è ritornata ieri in città per il terzo anniversario della morte del figlio. Il sottocapo della guardia costiera, originario di Trani, era morto il 30 marzo 2011. Nanula, a bordo di un gommone con la collega, Valentina Muscarnera, di Sciacca, era impegnato in una operazione di pattugliamento delle acque di Tavolara. Per cause mai del tutto chiarite i due militari erano finiti in mare. Il corpo di Giuseppe era stato ritrovato dopo sette mesi. Ieri mattina nella chiesa della Sacra Famiglia il ricordo di Giuseppe durante la messa. Ad ascoltare le parole del sacerdote i genitori del ragazzo, i cugini, una manciata di amici. «Molti colleghi, molti amici di mio figlio ci hanno girato le spalle – accusa mamma Sabina –. Così mi hanno ferito due volte. Nessuno è mai venuto a trovarci, solo quattro amici di Giuseppe sono rimasti in contatto con noi. Tutti gli altri ci hanno voltato le spalle lasciandoci nel dolore, nell’angoscia di non sapere cosa sia successo davvero quel 30 marzo 2011».
La famiglia Nanula ha chiesto formalmente al pubblico ministero, Riccardo Rossi, di riaprire il caso. Il loro legale, l’avvocato Carlo Taormina ha depositato un fascicolo a sostegno della richiesta. «Sono passati 70 giorni e ancora il magistrato non ci ha dato risposta – aggiunge il padre di Giuseppe –. Sono convinto che la collega che era con mio figlio non abbia raccontato tutto quello che sa. Riteniamo che ci siano delle contraddizioni, delle incongruenze nel suo racconto. Nostro figlio era un marinaio, non può essere morto annegato, in condizioni di mare calmo. E non crediamo che una persona in ipotermia venga dimessa dopo due ore, come è accaduto a Muscarnera». In questi anni la versione della collega di Nanula, e unica testimone, è rimasta identica. La giovane, che si è congedata tre mesi dopo l’incidente, ha raccontato di aver sentito il gommone urtare contro qualcosa, e di essersi ritrovata in al mare, mentre il mezzo proseguiva la sua corsa. Giuseppe Nanula non indossava il braccialetto di sicurezza che stacca i motori in caso di caduta accidentale. Il perché non è mai stato spiegato. «Sono una madre addolorata e arrabbiata – conclude la signora Sabina –. Siamo stanchi di aspettare, di vivere senza sapere cosa è successo realmente a nostro figlio. Chiedo al magistrato Rossi di riaprire il caso, di cercare la verità. Solo in questo modo mio figlio potrà riposare in pace».
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