Con versi in limba ricorda la figlia
Buddusò, oggi il coro Donu Reale canterà in chiesa il testo di Ambrogio Mela
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BUDDUSÒ. “Amparala" nell’idioma sardo significa proteggila: è questa l'invocazione che Ambrogio Mela scrive nei versi di una poesia dedicata a sua figlia Virginia, nella quale intesse parole semplici e di bellezza struggente. Utilizza la sua lingua, Ambrogio, il sardo, per rivolgersi a Dio al quale affida, suo malgrado, la sua giovane figlia. “Tenela a contu ca est minoredda”, abbine cura perché è piccolina, è la raccomandazione che il suo cuore di padre rivolge al Padre, Dio. C’è rassegnazione e dolcezza fra le righe di “A fiza mia” e vi si scorge la profondità di un dolore infinito ma anche la certezza di avere ancora la forza per innalzare al cielo preghiere per chi soffre e combatte la malattia. Virginia era una figlia di Sardegna, dagli occhi vispi e il sorriso incantevole e fiducioso che a soli diciassette anni ha lasciato i profumi di questa isola per approdare in quel paradiso promesso alle anime pure come la sua. I versi di questo padre hanno incontrato la sensibilità del Maestro Mauro Lisei che li ha resi “vivi “ musicandoli. È nato così un canto dove le note si intrecciano alle parole e ad esse si saldano creando una melodia dolce, malinconica nella quale si libera l'invocazione “amparala” in un corollario di armonizzazioni eseguite dal Coro Donu Reale di Buddusò del quale fa parte lo stesso autore dei versi, Ambrogio. “A fiza mia”verrà presentata al pubblico oggi nella parrocchia di Santa Anastasia, al termine della messa in ricordo di Virginia che verrà celebrata dal Parroco Don Nino Carta alle ore 18. ( Nino Muggianu)
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