L’antico pozzo ora è in un cortile
di Dario Budroni
San Simplicio, una foto di fine Ottocento sui social aveva scatenato le ricerche degli appassionati
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OLBIA. La storia si nasconde in un piccolo cortile, tra mura fatte di blocchetti di granito e piante verdi che si arrampicano qua e là. Il protagonista è un antico pozzo. A prima vista può apparire anonimo, in realtà già da qualche tempo ha scatenato una certa curiosità in città. Tutto parte da una fotografia in bianco e nero scattata a Terranova a fine ’800, dove si vede la basilica di San Simplicio, ai tempi circondata dal nulla, e in primo piano un vecchio pozzo con alcune donne attorno. Così in tanti si sono chiesti se quel pozzo esistesse ancora o se fosse stato cancellato dal tempo e dalla città in espansione. La risposta è positiva: è sempre lì al suo posto, con una forma diversa, ma ancora visibile all’interno di una proprietà privata.
Il pozzo ritrovato. È su Facebook che gli appassionati di storia olbiese si sono messi sulle tracce del pozzo. Ultimamente l’argomento è stato per esempio trattato nelle pagine «Olbia, ieri oggi domani», «Olbia – Quartiere San Simplicio» e «Museo civitatense», con un certo numero di commenti, like e condivisioni. La storia è in effetti curiosa: in pochi erano al corrente dell’esistenza del pozzo e la sua riscoperta ha come aperto una finestra sull’Olbia di una volta, quando il borgo si sviluppava attorno alla chiesa di San Paolo, la basilica di San Simplicio era in aperta campagna e non era per nulla raro imbattersi nelle rovine della città romana.
Una vecchia storia. Oggi il pozzo si trova nel cortile della storica calzoleria di Stefano Loriga, in via San Simplicio, a pochi passi dalla basilica. «Lo utilizzo ancora e l’acqua è anche buona da bere – racconta l’artigiano, particolarmente conosciuto in città –. È profondo 15 metri, chissà come avevano fatto a realizzarlo. Ma questa è tutta una zona ricca di storia. Ricordo che anni fa, mentre stavo realizzando dei lavori, qui trovarono uno scheletro. In quest’area c’era la necropoli, vennero gli archeologi». In passato il pozzo dava anche il nome alla zona attorno: S’Abba’òna, cioè l’acqua potabile. E a parlarne fu anche lo studioso Dionigi Panedda nel suo monumentale «I nomi geografici dell’agro olbiese». «All’origine del toponimo, un pozzo tuttora esistente nel cortile dell’abitazione contraddistinta con numero civico 23/A, di via San Simplicio – aveva scritto Panedda –. L’acqua di tale pozzo è potabile, non salmastra, come spesso sono le acque dei pozzi dell’abitato di Olbia. Gli olbiesi di un tempo, perciò, l’apprezzavano e scendevano fino a S’Abba ‘òna per provvedersene».
La foto della basilica. Anche la fotografia di fine Ottocento in cui si vedono la basilica e il pozzo ha una storia sicuramente curiosa. Venne scattata da Eduard Toda i Guell, il viceconsole spagnolo in Sardegna tra il 1884 e il 1887, e a recuperarla nell’Archivio di Barcellona, nel 2011, fu una ragazza olbiese, Silvia Russu, ai tempi studentessa. In città, al museo, venne organizzata anche una mostra con tutti gli scatti fino a quel momento inediti realizzati dal viceconsole spagnolo, che oltre San Simplicio immortalò anche il castello di Pedres e il meno conosciuto castello di Sa Paulazza, di epoca bizantina, purtroppo in rovina e circondato dalla fitta vegetazione di Mont’a Telti, alle porte della città.
Il pozzo ritrovato. È su Facebook che gli appassionati di storia olbiese si sono messi sulle tracce del pozzo. Ultimamente l’argomento è stato per esempio trattato nelle pagine «Olbia, ieri oggi domani», «Olbia – Quartiere San Simplicio» e «Museo civitatense», con un certo numero di commenti, like e condivisioni. La storia è in effetti curiosa: in pochi erano al corrente dell’esistenza del pozzo e la sua riscoperta ha come aperto una finestra sull’Olbia di una volta, quando il borgo si sviluppava attorno alla chiesa di San Paolo, la basilica di San Simplicio era in aperta campagna e non era per nulla raro imbattersi nelle rovine della città romana.
Una vecchia storia. Oggi il pozzo si trova nel cortile della storica calzoleria di Stefano Loriga, in via San Simplicio, a pochi passi dalla basilica. «Lo utilizzo ancora e l’acqua è anche buona da bere – racconta l’artigiano, particolarmente conosciuto in città –. È profondo 15 metri, chissà come avevano fatto a realizzarlo. Ma questa è tutta una zona ricca di storia. Ricordo che anni fa, mentre stavo realizzando dei lavori, qui trovarono uno scheletro. In quest’area c’era la necropoli, vennero gli archeologi». In passato il pozzo dava anche il nome alla zona attorno: S’Abba’òna, cioè l’acqua potabile. E a parlarne fu anche lo studioso Dionigi Panedda nel suo monumentale «I nomi geografici dell’agro olbiese». «All’origine del toponimo, un pozzo tuttora esistente nel cortile dell’abitazione contraddistinta con numero civico 23/A, di via San Simplicio – aveva scritto Panedda –. L’acqua di tale pozzo è potabile, non salmastra, come spesso sono le acque dei pozzi dell’abitato di Olbia. Gli olbiesi di un tempo, perciò, l’apprezzavano e scendevano fino a S’Abba ‘òna per provvedersene».
La foto della basilica. Anche la fotografia di fine Ottocento in cui si vedono la basilica e il pozzo ha una storia sicuramente curiosa. Venne scattata da Eduard Toda i Guell, il viceconsole spagnolo in Sardegna tra il 1884 e il 1887, e a recuperarla nell’Archivio di Barcellona, nel 2011, fu una ragazza olbiese, Silvia Russu, ai tempi studentessa. In città, al museo, venne organizzata anche una mostra con tutti gli scatti fino a quel momento inediti realizzati dal viceconsole spagnolo, che oltre San Simplicio immortalò anche il castello di Pedres e il meno conosciuto castello di Sa Paulazza, di epoca bizantina, purtroppo in rovina e circondato dalla fitta vegetazione di Mont’a Telti, alle porte della città.
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