Tavolara, il giudice ha detto sì: “Le escursioni si possono fare”
Punta Cannone da decenni è meta di arrampicatori provenienti da tutto il mondo
Olbia Vincono gli escursionisti, le arrampicate fin sulla cima di Tavolara, a Punta Cannone, si possono fare. Lo ha stabilito ieri mattina la sentenza del giudice di pace di Olbia, Emilio Floris, che ha assolto la guida ambientale ed escursionistica Massimo Putzu dall’accusa di aver invaso arbitrariamente la proprietà privata della famiglia Marzano, Vittorio e Loredana. Assoluzione piena, perché il fatto non sussiste. Se ci sarà un ricorso, si vedrà in Cassazione Il giudice ha riaffermato il principio – già invocato dal difensore di Putzu, l’avvocato Edvige Baldino – che le escursioni o scalate a Punta Cannone sono inserite da decenni nelle guide di tutto il mondo e che si contano migliaia di accessi sul sentiero ogni anno, soltanto negli ultimi dieci anni. Insomma, quasi un uso civico. In ogni caso, non si può parlare di “invasione” non essendoci recinzioni né cancelli, invece obbligatori per delimitare una proprietà privata. In pratica, le uniche recinzioni sono quella della zona militare e quella attorno alla villa. Per il resto, nulla. Sin dal principio la vicenda giudiziaria era apparsa grottesca.
L’escursione a Tavolara e l’arrampicata Punta Cannone rappresentano una delle esperienze più frequenti da parte di appassionati di tutto il mondo, solitari o accompagnati da guide (Massimo Putzu è una di queste). Così accade da decenni. Un bel giorno però la famiglia Marzano, proprietaria di 450 ettari di terreno in cui ricade il sentiero che conduce alla vetta, dice stop e denuncia una guida ambientale ed escursionistica, Massimo Putzu, che da sempre organizza questo genere di escursioni (dal 1983 per la precisione, quarant’anni). Così Putzu finisce davanti al giudice di pace accusato di invasione arbitraria dei terreni di proprietà di Vittorio e Loredana Marzano per effettuare escursioni a pagamento. La sentenza in realtà non stupisce più di tanto, visto che anche il pm Franca Cabiddu aveva affermato nella sua requisitoria che «non c’è nessun elemento che indichi la proprietà privata: né reti, né cancelli lungo i sentieri che portano a Punta Cannone».
Significa che anche per l’accusa la guida non ha commesso reati. Assoluzione, dunque, perché il fatto non sussiste. La famiglia Marzano, costituita parte civile, ha sostenuto fino all’ultimo le proprie ragioni. «I terreni attraversati dai sentieri appartengono alla famiglia Marzano dal 1934, l’imputato non poteva non sapere che erano proprietà privata – aveva sostenuto in udienza l’avvocato Antonio Asara, che assiste Vittorio e Loredana Marzano –. Non si può raggiungere Punta Cannone senza passare attraverso la proprietà della famiglia. I sentieri sono sempre esistiti per il passaggio del bestiame, ma ciò non autorizza nessuno a fare della proprietà privata, casa propria». L’avvocato aveva chiesto la condanna dell’imputato e il risarcimento dei danni. Il giudice ha detto no.
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