La Nuova Sardegna

Olbia

Storia di un trapiantato

Olbia, la vita di Giacomo con un cuore nuovo

di Stefania Puorro
Olbia, la vita di Giacomo con un cuore nuovo

Dalla malattia alla salvezza. Il racconto di un imprenditore che ha avuto una seconda possibilità

04 giugno 2024
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Olbia Parla con il “suo” cuore. Lo protegge, se ne prende cura, mangia sano, non beve e non fuma. È stato un dono troppo prezioso. Sì, perché grazie a Lui, oggi ha potuto riprendere una vita normale: quella che aveva quasi perso, due anni e 4 mesi fa, quando era così vicino a spegnersi per sempre. Poi la luce, l’arrivo di un cuore, il trapianto, la salvezza.

Questa è la storia di Giacomo Midulla, un imprenditore di 56 anni originario di Luras ma che da moltissimo tempo vive a Olbia. Il cuore che tanto custodisce è stato donato da una famiglia del nord Italia che ha perso il figlio, appena diciannovenne, in un incidente stradale. «Io sono padre di due figli, quel ragazzo che non c’è più era un loro coetaneo. Penso al dolore dei suoi giovani genitori». E le lacrime scendono e non si fermano. «So bene che in Italia non si può mai sapere il nome di un donatore. Ma io ho cercato la famiglia di quel ragazzo, sono riuscito ad arrivarci attraverso la parrocchia di appartenenza. Ho scritto loro una lettera, consegnata dal sacerdote alla nonna, perché vorrei abbracciarli, dire loro grazie per avermi dato questa seconda possibilità. Aspetto e aspetterò sempre una loro telefonata».

La malattia «Sono nato con una malformazione congenita al cuore, ma non lo sapevo. Ho condotto una vita normale, sempre senza vizi, ho avuto due figli, ho lavorato tanto e ho trascorso molto tempo in mezzo alla natura: mi piace camminare, amo le escursioni e arrivavo anche a percorrere più di 400 chilometri al mese. Nessun segnale negativo è arrivato mai dal mio cuore sino al 2016. Quando ho cominciato ad avere problemi con la respirazione, mi stancavo subito e non capivo che cosa stesse succedendo. Ho fatto visite e controlli più di una volta e mi ripetevano che stavo bene. Poi nel 2021 la situazione è precipitata: non mangiavo più, continuavo a perdere chili e se provavo a fare qualche passo, dopo pochi metri mi dovevo fermare. Non ce la facevo. Alla fine di quell’anno, era il 12 dicembre, mi trovavo a Parma a casa di amici: all’improvviso il buio, mi accasciai sul tavolo. Chiamarono l’ambulanza e mi portarono subito in ospedale, ero in coma. Il mio cuore si era gonfiato, sembrava che dovesse esplodere e mi inserirono una sorta di cuore elettrico. Poi, il 27 dicembre, mi trasferirono al Sant’Orsola di Bologna».

Il trapianto I medici parlarono subito chiaro. Dissero a Giacomo Midulla se volesse accettare il trapianto. «Risposi di sì. La mia vita era appesa a un filo e, nella graduatoria nazionale in cui sono inseriti tutti coloro che aspettano un cuore in dono, passai al primo posto. La sera del 14 gennaio ero in sala operatoria perché il “mio” cuore nuovo era arrivato. Ho chiuso gli occhi, senza paura. Mi sono svegliato il pomeriggio del giorno successivo. Stavo così bene che ho cominciato a prendermi a schiaffi. Si è avvicinata un’infermiera: “Ma cosa sta facendo, signor Midulla?”, mi ha detto. Le ho allora chiesto se fossi per caso in paradiso. E lei, sorridendo, mi ha risposto che mi ero svegliato dall’anestesia, che ero in ospedale e che tutto era andato bene. Il 4 febbraio 2022 sono stato dimesso».

La nuova vita Giacomo Midulla, da quando è tornato a casa, non ha mai interrotto la terapia farmacologica. «Ma dalle 36 pastiglie che prendevo, compresi i medicinali antirigetto, sono sceso a quattro. La cosa più difficile è stata riacquistare i chili persi, ma ce l’ho fatta. Ho ripreso a lavorare e a fare le mie camminate. Adesso percorro una dozzina di chilometri al giorno e sono felice».

Il dolore «Ma dietro la gioia della mia nuova vita c’è chi non smette di soffrire. Ogni secondo penso al ragazzo che non c’è più, al gesto d’amore che hanno fatto i suoi genitori, al loro strazio. Questo è il dolore che mi accompagna, che non mi abbandona mai. Allora mi prendo cura del cuore che mi hanno donato e non faccio nulla che possa turbarlo. E prego ogni giorno per quel ragazzo che se n’è andato troppo presto e che ha consentito a me di continuare a vivere».

La lettera «Quando sono risalito alla famiglia del giovane, ho preparato una lettera e ho allegato tutta la documentazione dell’ospedale e una dichiarazione degli specialisti del Sant’Orsola. “Il vostro è stato un gesto straordinario, ho scritto ai genitori, e trascorro ogni attimo della mia giornata pensando a chi mi ha dato la possibilità di rivedere i miei figli e coloro che mi vogliono bene. Prego per voi e per il figlio che avete perso. Non vi nascondo che da quando ho riaperto gli occhi, il mio primo pensiero è stato quello di conoscervi e abbracciarvi. Quando lo vorrete, chiamatemi. Io ci sono e ci sarò sempre».

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