Il referendum e la bassa affluenza in Sardegna: la gente non crede più nella politica

L’elogio della sconfitta è una disciplina che la politica non conosce. Nessuno perde mai, e si fa finta di non vedere il gigantesco iceberg su cui il bastimento della politica si va a schiantare. Si festeggia per la vittoria del Sì o per la tenuta dei partiti in questa sfida elettorale. Ma nessuno riflette sull'unico numero che deve essere pesato. L'affluenza che si ferma al 35 per cento. Numeri piccoli piccoli che danno una dimensione spaziale della distanza tra il mondo reale e la politica. O meglio tra le persone e le loro difficoltà e i politici proiettati nel più astratto dei mondi delle idee. Una dicotomia che ha trasformato il disincanto del popolo in rifiuto, in protesta elettorale. Non si vota, perché si ritiene la politica come uno sterile esercizio astratto gestito da una stretta cerchia privilegiata. Gente che non ascolta, non conosce, non presta attenzione. La politica non riesce a far ripartire la scuola dopo sei mesi, non riesce a riaccendere il motore dell'economia, non ha una spinta innovativa per creare le condizioni strutturali che portino nuovo lavoro. Il massimo della fantasia sono il reddito di cittadinanza, gli ammortizzatori sociali, la mobilità. Una sorta di morfina a una società malata terminale. Lo tsunami del covid ha reso ancora più drammatica la situazione delle famiglie.

L'affluenza più bassa per le suppletive, al 34 per cento, è la misura numerica della distanza tra la classe politica e le persone. Le priorità sono quasi banali da elencare, perché da oltre 30 anni sono sempre le stesse. Il lavoro, i servizi, la sanità, la scuola, i trasporti. E da oltre 30 anni le non ricette sono sempre le stesse. Non esiste politico che non abbia detto che avrebbe dato priorità al lavoro. Il suo. Che avrebbe allungato la stagione turistica, puntato sulle zone interne, rivoluzionato i collegamenti per cielo e per mare. L'elettorato si è assuefatto alla reclame elettorale, la promessa da piazzista è diventata un cliché che non fa meraviglia. Il risultato inevitabile è che su 427mila elettori alle urne ci sono andati in poco più di 145mila. Il voto viene percepito come qualcosa di inutile perché non cambia le emergenze di chi deve arrivare alla fine del mese, di chi sogna di poter mandare il proprio figlio a scuola senza il terrore del contagio o la roulette del posto sullo scuolabus.

I temi concreti sono sempre più lontani dalle sedi dei partiti che si preoccupano di alambiccare candidati da presentare. Ma anche l'identikit è diventato stantio. Vicino al partito, ma senza tessera, quasi che anche per loro il fare politica fosse un segno di vergogna. Preso dal mondo reale, ma che poco dopo lo dimentica. A sentire i segretari hanno tutti vinto. Anche se il dato concreto è che l'alleanza Pd-M5s non ha portato l'effetto sperato. Nel 2018 alle Politiche i 5 Stelle avevano preso il 41,2 per cento, il Pd il 19 per cento. Ora faticano ad arrivare al 35 per cento insieme.

Ma sarebbe riduttivo analizzare il voto solo dal punto di vista dei diversi partiti. A venire schiantato dalle urne è il sistema politico, che si ripropone come uno stanco eterno ritorno dell'identico. In una realtà cristallizzata, fissa immutabile, che vede le famiglie in perenne affanno e ancora più provate dalla grande crisi con cui il covid ha disintegrato il fragile sistema produttivo dell'isola.@LucaRojch@RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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