Il caso Oristano, quando l'immobilismo distrugge la sanità - IL COMMENTO

La somma di tutte le carenze accumulate mette in discussione anche la classificazione stessa dell'ospedale San Martino

Irresponsabili. Un giudizio politico e morale indirizzato a chi doveva tutelare la salute della provincia di Oristano. Sindaci, manager, commissari, consiglieri regionali, uniti soltanto da un colpevole immobilismo.

Sgombriamo subito il campo da un grande equivoco: in questa vicenda la pandemia non c'entra nulla. Non è a causa del covid se il sistema sanitario locale è andato in tilt, non è colpa del virus se i medici che legittimamente se ne sono andati non sono stati sostituiti, non è il coronavirus il responsabile di questo disastro. Sono le persone, la loro inazione a provocare un disastro di cui non si vede la fine.

Prendiamo il Pronto Soccorso, emblema delle difficoltà nelle quali si dibatte l'ospedale San Martino di Oristano, e oggetto di ridicole soluzioni. Il 18 giugno del 2020 la Nuova Sardegna lanciava l'allarme sulla carenza di personale e sui rischi a cui sarebbe andato incontro il reparto. Da allora in questo come in altri reparti la situazione è stata fatta incancrenire, con uno stillicidio di trasferimenti volontari che hanno coinvolto quasi tutti i reparti dell'ospedale. Ciò che definiva e giustificava il San Martino nella rete ospedaliera regionale si è liquefatto. Ecco alcuni esempi: la neuroriabilitazione che doveva unica nell'isola trattare pazienti neurologici ha solo tre medici: il candidato primario dopo due anni di attesa di nomina ha vinto l'incarico a Modena e ha salutato. Emodinamica che per legge doveva essere operativa h24 da due anni è attiva per poche ore al giorno. Il neurologo della stroke unit è andato a Sassari. La nuova tac acquistata insieme alla macchina in funzione a Olbia non c'è per questioni edilizie mai chiarite e la vecchia si guasta ogni tre per due. I posti letto in oncologia sono delle poltrone. Da ultimo il punto nascita. Per avere l'accreditamento ministeriale, come il caso di La Maddalena insegna, bisogna effettuare 500 parti l'anno. Nel 2020 Oristano ne ha fatto 540, avvicinandosi pericolosamente alla soglia; quest'anno se va bene ne avrà 250. Il reparto ha perso in sedici mesi 7 medici senza sostituzioni: molti esami sono contingentati, e le future mamme giustamente vanno altrove.

La somma di tutte queste carenze mette a serio rischio la stessa definizione di ospedale di primo livello, così come gli ospedali di Bosa e Ghilarza hanno visto perdere progressivamente le loro assegnazioni di legge.Qui non c'entra il destino cinico e baro, a meno che non si voglia far credere che l'emorragia di medici dovuti a pensionamenti o trasferimenti riguardi in uscita solo Oristano. Il punto è che i due poli naturali di attrazione del sistema sanitario, Sassari e Cagliari, producono i loro naturali effetti senza alcuna compensazione per le aree periferiche, abbandonate a se stesse, nonostante il territorio esprima autorevoli consiglieri regionali di maggioranza, Gallus (Udc) e Mele (Lega) loro stessi medici e abbia come dirigente più autorevole il direttore dei presidi ospedalieri, lo stesso direttore dei presidi ospedalieri dell'Ats, Pili. Da un anno i fatti stanno a zero, mentre le parole ormai non si contano più.

L'ultima riguarda oncoematologia. Parrebbe che la struttura del San Martino sia stata accreditata, dopo una battaglia, anche legale da parte di pazienti vecchia di anni. Però la rete ospedaliera prevede solo tre centri del genere: adesso sono collocati a Cagliari, Sassari e Nuoro. Chi rinuncia?E infine la surreale vicenda dei primari al Pronto Soccorso. Il commissario dell'Assl, Cossu, scelto da Forza Italia e prossimo alla pensione, parla di «gravissima criticità dovuta alla forte carenza di personale», e poi non indica le persone incaricate di andare in reparto. Rimane sul vago, ringraziando però per il forte senso del dovere. Mentre il Titanic affonda.

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