Mesina, il falso mito smontato dalla droga

Uno scorcio di Orgosolo (foto Massimo Locci)

Grazianeddu trafficava in droga, non proprio roba da balente, e lo faceva con la stessa baldanza e ferocia che negli anni Sessanta lo aveva consacrato tra i pericoli pubblici in Italia

A dirglielo sicuramente si offenderà, e continuerà a sentirsi il re dei balentes di Barbagia e del mondo intero: ma mette tristezza e fa sincera pena Graziano Mesina nella notte, nel sonno-veglia del latitante, in una casetta disadorna di un paese che non è il suo, già vestito per lanciarsi in fuga ancora una volta, la scorta di medicinali di un ottantenne malandato. La visita dei carabinieri è arrivata, magari è stata un sollievo. Ogni fuorilegge inafferrabile in fondo è un eterno catturato, non possono esserci evasioni senza gli arresti, le condanne, le celle, non c’è leggenda senza la banale realtà, ogni tanto, delle manette.

Chissà se nella casa di Desulo c’era Sky e se Mesina si è goduto, poche ore prima del blitz dei carabinieri, il sanguinoso finale di “Gomorra”: i due boss Genny Savastano e Ciro Di Marzio affratellati nella morte con la quale avevano disperatamente flirtato per le cinque stagioni della serie. Ciro “l’immortale” era sopravvissuto al terremoto, alla roulette russa, a uno sparo a bruciapelo e perfino al gulag, ma alla fine era soltanto un cadavere ambulante al comando di un’apocalittica corte di zombie. In un analogo circolo vizioso, Grazianeddu “primula rossa” più si rendeva irreperibile più restava imprigionato nel suo mito che ora è facile definire fasullo.

Di amici più o meno interessati gliene sono rimasti tanti, la furbizia dell’uomo è intatta, ma il tempo ha cancellato il guizzo felino dei primi delitti e delle grandi evasioni. Eppure Mesina è riuscito a passare un anno e mezzo – un’eternità – da latitante acciaccato in giro per la Sardegna, lontano dalla famiglia falcidiata dai lutti, trovandosi sempre là dove non lo cercavano. La perdita della forza e dell’agilità non ha incrinato il suo potere di mettere paura e soggezione, sempre però con la maschera di chi è fedele ad antichi valori sardi di lealtà e coraggio: in tanti ci sono (ci siamo) cascati per decenni anche nel nostro mondo dell’informazione.

Il bandito si era costruito una solida reputazione nei 41 anni in totale passati nelle carceri, fino alla grazia concessa nel 2004 dal presidente Ciampi. La grazia a un uomo che sembrava aver pagato ogni suo debito, pur tra ripensamenti (evasioni) e ambigui coinvolgimenti, come quello nelle trattative per la liberazione del piccolo Farouk Kassam. Tanto bravo a convincere e sedurre, comprese fidanzate e spasimanti varie, Grazianeddu era a sua volta ipnotizzato dalla propria fama: le gesta immortalate in libri e film, l’idea surreale dell’editore-rivoluzionario Feltrinelli di rivolgersi a lui per fare della Sardegna la “Cuba del Mediterraneo”…

Appena fuori dal carcere di massima sicurezza di Voghera, tra microfoni e telecamere, Mesina cominciò a dare di sé l’immagine di un pensionato in pace con se stesso e con l’umanità, fiducioso in una vecchiaia serena grazie al più sicuro degli investimenti: le sue glorie passate. Ed ecco la lacrimuccia in diretta da Bruno Vespa, le esibizioni da guida turistica a Orgosolo (dove è un elemento del paesaggio, come un murale, più sopportato che amato), l’invito in tribuna alla Cavalcata Sarda, i vip in vacanza in Sardegna che vogliono conoscerlo, i giornalisti che dall’Italia e dall’estero lo chiamano con le richieste più svariate, compresa quella di fare un commento sulla morte di Cossiga.

Poi si scoprirà – e il discorso torna a farsi terribilmente serio – che Mesina trafficava in droga, nel terzo millennio, con la stessa baldanza e ferocia che negli anni Sessanta lo aveva consacrato tra i pericoli pubblici in Italia. Droga: non proprio roba da balente. Per quanto possa sembrare incredibile, visto che ha passato in prigione più della metà della sua vita, Mesina è sempre rimasto al passo coi tempi e si è adattato senza problemi ai profondi cambiamenti della criminalità sarda.

Il traffico di droga è costato a Grazianeddu la condanna definitiva che è l’inglorioso epilogo della sua carriera. Una coercizione insopportabile, per lui: tutto, ma non la galera a quasi ottant’anni. Ed è sparito come in un gioco di prestigio. Astuto e indomabile sino all’ultimo, merita l’ammirazione dovuta ai grandi combattenti. Speriamo solo che non trovi altri creduloni pronti a farne il simbolo di un mondo che non esiste più, se mai è esistito.

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