La guerra silente del Donbass

Nella crisi Russia-Ucraina ci si dimentica della regione contesa in cui il conflitto a "bassa intensità" ha causato già 14mila vittime dal 2014

Il mondo è ancora con gli occhi puntati sulle manovre militari alla frontiera tra Russia e Ucraina, mentre timidi segnali di ripresa del dialogo diplomatico degli ultimi giorni lasciano spazio a qualche speranza. A Roma si è vista giovedì, dopo molti anni, la prima grande manifestazione per la pace convocata dalla Comunità di Sant’Egidio. Tanto si muove insomma sulla questione Ucraina.

Ma c’è un aspetto di questa crisi di cui ci si dimentica: nel Donbass, la vasta regione dell’Ucraina contesa tra separatisti filo russi e ucraini, il conflitto, cosiddetto a bassa intensità, ha già causato dal 2014 oltre 14.000 vittime. Una vera e propria crisi umanitaria ai confini dell’Europa, nella disattenzione della politica e delle opinioni pubbliche. Secondo i dati diffusi recentemente dall’ONU, in quel territorio vivono in condizioni di necessità quasi tre milioni di persone, il 54% delle quali sono donne, il 13% minori mentre un altro 13% è composto da disabili. Un terzo degli abitanti (900 mila persone) è anziano.

La condizione della popolazione nelle zone sotto il controllo delle autorità separatiste filo russe è particolarmente difficile per il mancato accesso agli aiuti internazionali, la cui distribuzione è complicata dal fatto che la linea del fronte è disseminata di mine anti persona (l’Ucraina è tra i primi paesi al mondo per numero di mine disseminate). In questo scenario, per fare un esempio, gli anziani non ricevono la pensione perché erogata solo nei territori sotto il controllo ucraino. Grave è inoltre l’isolamento di molti anziani, che a causa del conflitto hanno visto i familiari più giovani trasferirsi altrove.

Se qualcuno si ammala nessuno può assisterlo. Aiuti alle zone separatiste arrivano tuttavia dalla Russia, che negli ultimi anni ha concesso ai cittadini di questa regione oltre 700.000 passaporti russi, legittimando dunque la necessità di un’eventuale difesa della popolazione non più solo perché russa da un punto di vista etnico e linguistico, ma anche giuridico. Il Cremlino continua a considerare queste zone (e l’Ucraina tutta) come elemento essenziale della propria “sfera di influenza” nell’Europa orientale. La vita nel Donbass, in questi anni, si è militarizzata, creando nei cittadini le dinamiche connesse alla guerra: limitazione degli spostamenti, carenza di generi alimentari e di medicinali, sfollati, mercato nero e corruzione, difficoltà per i ragazzi di andare a scuola, coprifuoco, allarmi anti-aerei, morte diffusa e distruzione graduale di infrastrutture, abitazioni civili e siti sensibili.

L’aeroporto internazionale di Donezk può essere considerato un simbolo di questo conflitto: ricostruito per il campionato europeo di calcio del 2012, fu completamente distrutto durante gli scontri tra l’esercito ucraino e i separatisti filo russi nel gennaio 2015 ed oggi la sua tetra carcassa resta un monito alla follia della guerra. L’OSCE, che monitora le violazioni del cessate il fuoco, ha reso noto che, se nel primo trimestre del 2021 le violazioni erano state 8.700, nei mesi estivi la cifra aveva raggiunto i 21.000 casi, per poi balzare, tra ottobre e dicembre a 36.800 episodi.

La linea del fronte, che aveva già separato intere famiglie, si è oggi pressoché chiusa a causa delle misure di contrasto della pandemia creando ulteriore sofferenza. Proprio la separazione delle famiglie è uno dei grandi problemi creati dalla guerra: moltissime famiglie in Ucraina sono miste, composte da russi e ucraini che da secoli convivono in queste zone. La guerra insinua divisione e diffidenza all’interno delle stesse famiglie. L’impoverimento delle popolazioni del Donbass è aggravato dalla crisi economica causata dalla guerra: secondo le stime ufficiali, tra il 2013 e il 2018, nei territori controllati dal governo ucraino delle regioni di Donezk e Lugansk, il PIL è calato rispettivamente del 61% e del 72%.

Questo scenario, oltre a provocare profonde sofferenze nelle popolazioni locali, può infine diventare – com’è sotto gli occhi di tutti - la miccia per accendere un conflitto più vasto. Per questi motivi, umanitari e geopolitici, il Donbass ci riguarda da vicino.

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