La Nuova Sardegna

27 gennaio

L’importanza della memoria

di Marcello Fois
DOMANI IL GIORNO DELLA MEMORIA
DOMANI IL GIORNO DELLA MEMORIA- Un gruppo di ebrei ortodossi attraversa  un cortile dell'ex campo di sterminio di Auschwitz  in una foto scattata durante una celebrazione il 26 gennaio 2005. UTRECHT/ANSA/PAT
DOMANI IL GIORNO DELLA MEMORIA DOMANI IL GIORNO DELLA MEMORIA- Un gruppo di ebrei ortodossi attraversa un cortile dell'ex campo di sterminio di Auschwitz in una foto scattata durante una celebrazione il 26 gennaio 2005. UTRECHT/ANSA/PAT

Il ricordo ci fa essere umani

26 gennaio 2023
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La Storia può fare anse, piegarsi, ritorcersi. Può cioè produrre in un tempo di apparente continuità e neutra ripetitività, sacche in cui si incanalano, e spesso si cancellano, fatti terribili, crimini odiosi, avvenimenti che si stenta a concepire come generati dagli umani.

È un fenomeno di rimozione che alcuni considerano addirittura un dispositivo di sopravvivenza. Un’umanità che tenesse a mente con ostinazione tutte le volte in cui ha disatteso il suo stesso essere umanità, secondo questa scuola di pensiero, sarebbe solo un coacervo di viventi in preda alla depressione e al terrore di sé. Eppure apparteniamo a una fetta consistente di viventi che basano sulla rievocazione di un’esecuzione capitale, una crocifissione, la sostanza stessa della loro visione del mondo. Senza la memoria del Calvario noi non potremmo definirci cristiani. Una memoria che si porta dietro un’esperienza di carità, di perdono, di tolleranza. Siamo cioè umani che, per formazione, se non per convinzione, considerano quella rievocazione, ingiusta condanna e ingiusta crocefissione, un fondamento ineludibile per considerare fatti, instaurare rapporti, allineare questioni, progettare risposte. Eppure può capitare che ancora oggi, alla vigilia del 27 Gennaio, occorra ribadire che il Giorno della Memoria non è una concessione di civiltà che si fa a una cultura decimata, sottoposta a genocidio, assoggettata ad uno degli avvenimenti più spaventosi dell’umanità tutta. Occorre cioè ribadire che non di privilegio si tratta, ma della constatazione di un dato di fatto: sei milioni di persone, uomini, donne, bambini, in base a una presunzione razziale, sono state deportate, umiliate, uccise. Col gas, nei forni, con un colpo alla nuca, con la fame. Ora la discussione non può riguardare in nessun modo l’argomento ripugnante che la Shoah non è il primo genocidio della Storia, né tanto meno che un genocidio vale l’altro. Perché la Storia non fa classifiche e perché chi ripropone, con sempre maggiore, insistenza queste argomentazioni, finge di dimenticare che egli stesso basa tutto se stesso sulla necessità di ricordare. Lo fa ogni domenica se è un buon cristiano, ogni venerdì se è un buon musulmano e così via. Eppure ancora occorre ricordare di ricordare. E occorre ricordare che coltivare la Memoria non è necessariamente un atto finalizzato, ma una garanzia di civiltà. Davvero sfinente ricominciare ogni anno a ribadire l’ovvio. Per questo vorrei suggerire alla Senatrice a Vita Liliana Segre di non abbandonarci alla nostra tendenza a dimenticare. Occorre che qualcuno sia davvero ostinato in questo senso. Perché se persino questa incredibile, straordinaria, donna perde la speranza, allora davvero non c’è scampo. Noi abbiamo bisogno della sua testimonianza, abbiamo bisogno di estrarre la Shoah da quella particolare ansa della Storia che pare dichiararne ormai inutile la memoria. Perché se questo accadesse nessuno di noi sarebbe davvero al sicuro. Se anche la Senatrice Segre perde la speranza, si adatta alla constatazione che il Giorno della Memoria possa essere un inutile carico sulla nostra conclamata depressione sociale, allora vuol dire che ogni Memoria può essere assoggettata agli umori, alle anse, alle pieghe, della Storia. La Memoria del 25 Aprile, la Memoria delle Foibe, la memoria dell’Inquisizione, la Memoria dei Gulag, la Memoria della Guerra. Perché il paradosso infinito che ci avvolge riguarda il dato incontrastabile che gli umani sono migliori solo se messi di fronte alla necessità di scegliere se tenere a mente il bene o il male decidono ostinatamente per il secondo.

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