La Nuova Sardegna

Influenza aviaria

Pandemie ipotetiche, evitiamo allarmi

di Eugenia Tognotti
Pandemie ipotetiche, evitiamo allarmi

Non ci sono prove che il virus possa passare tra gli esseri umani

16 febbraio 2023
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Il terrorismo comunicativo lavora a cottimo e ci annuncia la pandemia prossima ventura con dichiarazioni di virologi e responsabili di sanità pubblica sui possibili effetti dell’evoluzione del virus dell’influenza aviaria H5N1.

Dopo tre anni di pandemia trovo quasi crudele, e al limite del sadismo, un allarmismo che semina stress e paura, nei giornali e sui social, evocando terrorizzanti tassi di mortalità - il 50%- e l’immagine di una ‘morte di massa’ di medievale memoria, innescata da un ulteriore salto evolutivo della variante H5N1 per diventare trasmissibile tra gli esseri umani. Mettiamo in fila i dati. Al momento gli eventi di mortalità di massa riguardano visoni allevati in cattività in una fattoria nel nord ovest della Spagna. Inoltre, 700 foche trovate morte a dicembre nel Mar Caspio, vicino al luogo in cui la variante altamente contagiosa H5N1 dell'influenza aviaria è stata trovata negli uccelli selvatici mesi prima, anche se non è ancora certo che l’influenza aviaria sia stata la causa della morte e se gli animali l'hanno trasmessa l'un all'altro. Se foche e altri animali (lontre, volpi, leoni marini) sono stati prima infettati dall'influenza aviaria direttamente dagli uccelli, fino ad ora gli unici episodi registrati di trasmissione tra mammiferi sono quelli tra i visoni: quattro campioni dell’allevamento spagnolo hanno rivelato cambiamenti nel virus, tra cui una particolare mutazione che può replicarsi più facilmente nel tessuto dei mammiferi. Occorre ripeterlo? Non ci sono prove che il virus possa passare tra gli esseri umani. Da quando l'ultima epidemia globale di H5N1 è iniziata un anno fa, meno di 10 persone hanno contratto il virus; e, sempre, direttamente dal contatto ravvicinato con pollame o altri uccelli. Questo perché la distribuzione dei recettori dell'influenza aviaria è limitata al tratto respiratorio inferiore: se gli esseri umani possono ammalarsi gravemente stando a contatto con gli uccelli, non la trasmettono facilmente perché non ci sono recettori nel naso. Ma - si sa - è più facile che, in combinazione con sintesi sbagliate e titoli 'strillati', i rumors pseudoscientifici, dilaghino e abbiano più ascolto della voce degli scienziati che mettono in primo piano le evidenze. Il pre-allarme e la paura - che spingevano gli Stati europei a bloccare le navi nei porti quando dal Levante arrivavano ‘rumori’ di colera – sono utili quando servono a suggerire contromisure: perfezionamento dei vaccini per le scorte, migliori strategie di vaccinazione, uso più strategico degli antivirali, capacità di rilevamento precoce. Sono, invece, inutili e dannosi quando distolgono l’attenzione dall’approccio One Health, ossia una sola salute, quella dell’uomo e quella del mondo animale, indissolubilmente legate. La diffusione del virus negli animali, compreso il pollame d'allevamento, è un enorme problema ecologico, agricolo ed economico e la possibilità di riassortimento nei suini/mammiferi è un rischio sempre presente nel grande laboratorio della natura. Non si può continuare a ballare sul Titanic. I governi, le agenzie internazionali di sanità pubblica, i responsabili politici, devono agire con urgenza per mitigare preventivamente il rischio e rispondere al meglio. Sorprende - mi pare di poter dire – che il capo dell’Oms, nell’esortare il mondo a prepararsi a una pandemia di influenza aviaria umana, non sia andato oltre le generiche raccomandazioni ai Paesi di “rafforzare la sorveglianza negli ambienti in cui gli esseri umani e gli animali d'allevamento o selvatici interagiscono”. E che non abbia stimolato gli scienziati a intensificare la ricerca per comprendere meglio i meccanismi di trasmissione dell'H5N1 da mammifero a mammifero, senza aspettare che sia la natura a portare avanti l'esperimento, avvicinando la funesta possibilità di una pandemia.

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