La Nuova Sardegna

Oristano

«Porto di Oristano? Falso. È di Santa Giusta»

di Michela Cuccu
«Porto di Oristano? Falso. È di Santa Giusta»

Il comune lagunare affida a una delibera consiliare le procedure di cambio nome La decisione sarà del Ministero, alla base ragioni «di coscienza identitaria»

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SANTA GIUSTA. «Non chiamatelo più Porto di Oristano: ricade interamente nel nostro territorio e perciò deve diventare il Porto di Santa Giusta». Potrebbe sembrare una guerra di campanile, ma l’istanza avviata dalla cittadina lagunare che rivendica la denominazione del porto industriale, ha radici profonde e con motivazioni difficilmente confutabili. Il Comune di Santa Giusta ha già avviato le procedure burocratiche del caso: c’è una delibera approvata dal Consiglio Comunale che afferma appunto come il porto non debba più chiamarsi “di Oristano”. Gli atti sono stati già trasmessi al Comando della Capitaneria di Porto, che avrà il compito di inoltrarli al Ministero.

Antonello Figus, sindaco della cittadina lagunare, ricostruisce la vicenda. «Il porto industriale è nato a cavalo fra gli anni ’60 e ’70, quando, in Sardegna, le politiche di sviluppo economico indicavano nell’industria l’elemento strategico per il rilancio dell’occupazione. In questo contesto il porto rappresentava un’opera strutturale strategica per lo sviluppo della Sardegna centro occidentale e la base logistico commerciale per le direttrici di scambi marittimi con lo Stretto di Gibilterra e il Mediterraneo occidentale, nonchè il fulcro degli scambi commerciali e industriali non solo per gli ambiti costieri ma anche per la nascente realtà industriale dell’entroterra del Nuorese». Il primo cittadino di Santa Giusta ricorda come l’area dove ora sorge il porto industriale fosse caratterizzata da una straordinaria valenza ambientale «circondata da zone umide e ricche di una biodiversiotà di straordinario valore naturalistico – è scritto nell’istanza di ridenominazione – con una costa che si caratterizzava per un vasto sistema dunale ricco di vegetazione autoctona». Il documento non tralascia come anche Santa Giusta nutrisse molte speranze dalla realizzazione del porto «La nostra comunità, sperando nel sogno di industrializzazione del territorio che avrebbe potuto portare occupazione e benessere in una area aggredita dalla forte povertà, sposò il progetto non pienamente consapevole di sacrificare irreversibilmente quel patrimonio ambientale e paesaggistico che la natura e i nostri padri ci avevano consegnato». Infatti, sottolinea il documento, l’area del porto e quella industriale «è riconosciuta come Sito di Interesse Comunitario ed inserita dalla Comunità europea nella Rete Natura 2000 delle eccellenze ambientali e naturalistiche europee». Certo, in questi anni di crisi, dopo un’iniziale ascesa degli insediamenti industriali inseriti nell’area consortile, hanno subito una parabola discendente, ma il porto continua a rappresentare una realtà ormai irrinunciabile. E ora Santa Giusta lo rivendica «anche sulla base di una maturata coscienza identitaria della comunità».

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