Duello finale Doddore-Michela Murgia

Salvatore Meloni contro la scrittrice che riteneva falso il sequestro dell’indipendentista: la parola ora passa al giudice

ORISTANO. Alto quasi un metro e novanta, Doddore Meloni si è dato un valore di dieci milioni di euro, vale a dire di 52mila e 631 euro per ciascun centimetro. Vorrebbe che quei soldi glieli pagasse la scrittrice Michela Murgia. La battaglia legale non riguarda la letteratura, bensì le patenti di indipendentismo e la legittimità di esse. E nessuno si azzardi a scambiare la causa per risarcimento danni intentata dal baffuto terralbese come una guerra di campanile contro la sua antagonista lagunare cabrarese.

Qui c’entra la politica e c’entra il fatto di cronaca o meglio l’antefatto di cronaca da ritenersi presunta tale, anzi inventata, secondo Michela Murgia che nel suo blog il 17 febbraio del 2013 non risparmiò parole satiriche verso il vicino (ma non troppo) di casa terralbese. Si riferiva al famoso episodio del sequestro di Doddore Meloni che, secondo la scrittrice, non avvenne mai. Così, il giorno in cui ci fu quella che a questo punto sarebbe stata una falsa liberazione da una prigionia mai esistita, Michela Murgia si armò di tastiera e buttò giù qualche riga che sin dal titolo avanzavano dubbi sulla veridicità dell’episodio accaduto a Doddore Meloni.

“Sequestro è un uomo” era il titolo dello spunto di riflessione, dove il rapimento ad opera da un gruppo che si appellava Guardiani della Nazione veniva ritenuto credibile al pari di uno che avesse avuto come protagonisti i Cavalieri dello zodiaco. E il tutto era stato accompagnato dalla foto di una scultura dal tema chiaro: incaprettamento. Pochi giorni più tardi, in risposta all’annuncio di Doddore Meloni di chiedere un risarcimento per diffamazione in qualità di presidente del movimento indipendentista Meris in Dommu Nosta, Michela Murgia aveva sventolato una cambiale a favore di Doddore Meloni da un milione di euro sulla Banca di Malu Entu ovvero dell’isola di cui si era autoproclamato presidente qualche anno prima. Il tutto è avvenuto sullo sfondo di un acceso diverbio politico che aveva come fulcro proprio le questioni indipendentiste con Michela Murgia che non esitò a scrivere: «Ogni volta che Doddore Meloni parla davanti a una telecamera un indipendentista muore».

Chiacchiere da internet? No, causa civile e Michela Murgia che pochi mesi più tardi avrebbe tentato la non fortunata scalata alla presidenza della Regione citata in giudizio in una causa civile per risarcimento danni per diffamazione. Così, dopo la costituzione delle parti, gli avvocati hanno tratto le loro conclusioni e ora attendono la decisione del giudice. Da una parte l’avvocato Cristina Puddu ha insistito per i dieci milioni, mentre gli avvocati Gianfranco Sollai e Alessandra Erika Obinu che tutelano la scrittrice hanno chiesto che la somma si riduca ad uno zero perché la satira e la critica, qualora non investano la sfera privata di un personaggio pubblico, difficilmente possono sfociare nella diffamazione. Il rispetto della verità del fatto non è vincolante perché la critica, in quanto tale, non poggia le sue basi sull’obiettività, ma è giocoforza soggettiva. E tanto più questo vale per la critica politica.

È così? La bilancia della giustizia è pronta a pendere dalla parte di Michela Murgia? Oppure ha ragione Doddore Meloni che pretende quei dieci milioni di euro? Concluse tutte le fasi del procedimento civile si attende il pronunciamento del giudice che ha preso tempo per emettere la sentenza.

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