La rabbia dei pescatori «Gli stagni sono morti»

La presenza continua dei cormorani ha ridotto il pescato al minimo «Gli indennizzi proposti dalla Regione coprono solo un quinto delle perdite»

CABRAS. Negli stagni non c’è più pesce: le cooperative che lavorano nella laguna di Cabras ricorderanno il 2018 come l’annus horribilis. Un calo di produzione pari al 70 per cento a memoria d’uomo non lo ricordava nessuno se si fa eccezione al 1999, quando, la mancanza di ossigeno negli stagni provocò una moria di pesci a livelli elevatissima e dalla quale, a quasi vent’anni di distanza, il comparto non si è ancora ripreso. Adesso però per i pescatori non è più l’assenza di ossigeno, legata al cattivo scambio idrico abbinato alle temperature di quell’estate caldissima, la causa del crollo della produttività. Sul banco degli imputati tutti sono concordi nel far salire i cormorani, uccelli migratori che arrivano dal Nord Europa per trascorrere l’inverno in queste acque miti e soprattutto, ricche di pesce del quale fanno quasi tabula rasa.

I cabraresi li chiamano “crobus”, che letteralmente significa corvi: termine che non indica soltanto il colore nero del loro piumaggio, ma che evoca immagini di disastro e di carestia, come i corvi neri dell’immaginario collettivo. Gli uomini della laguna giurano come in meno di trent’anni la popolazione dei migratori, sia cresciuta in maniera impressionante: c’è chi dice siano arrivati ad essere oltre 18mila tanto da arrivare a divorare tre quarti del pesce che un tempo arrivava sui banchi di vendita di mezzo continente. E poco importa se le stime fatte annualmente da società specializzate incaricate dalla Provincia, ne abbiano censiti molto meno fino ad affermare che in questi anni i cormorani sarebbero addirittura diminuiti, scesi a meno di 13mila nel 2017. È qui, sullo scoglio dei numeri, che si è infranta l’intesa (in realtà mai esistita) fra ambientalisti e pescatori. Per questi ultimi i cormorani aumentano anno dopo anno, malgrado gli abbattimenti controllati che ad ogni stagione vengono autorizzati.

Qualche giorno fa i pescatori di Cabras sono stati in Consiglio regionale per incontrare consiglieri e assessori all’Ambiente e all’Agricoltura, ottenendo l’assicurazione che quest’anno saranno distribuiti due milioni di euro gli indennizzi. «Questa somma non è sufficiente a coprire il danno effettivo», dice Marco Manca, presidente della cooperativa molluschicoltori che azzarda una stima. «Supponiamo che i cormorani siano 12mila così come affermano gli ambientalisti; come sostengono gli ornitologi, ogni cormorano mangia 500 grammi di pesce al giorno, in un anno sono 1 milione e 800mila chili. Considerando che in media ogni chilo di pesce costa 6 euro, significa che in un anno il danno è pari a 11milioni. Ma è una cifra sottostimata – prosegue – i cormorani non mangiano solo pesci di pezzatura media: fanno strage anche di novellame e capite bene che per fare mezzo chilo di pesce di oratine da trenta grammi ce ne vogliono un’infinità. Ecco perché in pochi anni il pesce sta scomparendo». Un mare, anzi, una laguna di soldi che i pescatori disperano di poter recuperare. «I cormorani ci stanno rovinando: se non si trovano rimedi, tempo pochi mesi e saremo costretti a chiudere i battenti». È Giuliano Cossu, presidente del Consorzio Pontis, ad annunciare un’ipotesi che, se si avverasse, da queste parti avrebbe l’effetto di una autentica catastrofe economica e sociale. Al Consorzio, che gestisce lo stagno, preso in affitto dalla Regione per un canone di 10mila euro all’anno, aderiscono 11 cooperative pari a 170 lavoratori. Se a questi si aggiungono i 15 soci (e i tre dipendenti) che lavorano nella Cooperativa molluschicoltori che gestisce invece lo stagno di Mistras (che al contrario di Mar’e Pontis non è del Demanio ma appartiene a privati che a loro volta, lo affittano ai pescatori), si capisce che la laguna a Cabras sia strategica come una grande impresa, con la differenza che per i pescatori non esiste l’istituto della cassa integrazione.

Anche per questo i giovani questo mestiere non lo vogliono fare più. «Mio figlio ha cinque anni – dice Marco Manca – sono certo che non farà questo lavoro. Lo dico con tristezza, io, che sono pescatore di terza generazione».

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