Quei trecento beffati dal Cura Italia

Sono lavoratori che non hanno avuto accesso né alla cassa integrazione né ai 600 euro. Il numero destinato a salire

ORISTANO. Durante la serrata generale dovevano essere tutelati dal Decreto Cura Italia, invece, soltanto in Sardegna sarebbero diverse centinaia i lavoratori dipendenti a non aver ricevuto neppure un centesimo. Sono lavoratori precari, tecnicamente chiamati intermittenti e occasionali, che tenuti a casa forzatamente avevano sperato prima nella cassa integrazione e nel bonus da 600 euro poi. Alla fine però erano rimasti senza un centesimo in tasca e ora sono in rivolta tanto da ipotizzare di costituirsi in sindacato o in associazione per portare avanti le loro rivendicazioni.

Per capire la dimensione del problema, il gruppo social che hanno creato per comunicare fra loro ha già quasi trecento componenti, destinati sicuramente a salire. Significa che almeno trecento persone non hanno avuto accesso ad alcuno dei benefici legislativi che dovevano servire per alleviare le difficoltà legate alla chiusure totale di tantissime attività.

L’oristanese Alessandro Marongiu, ideatore del gruppo “Bonus Intermittenti” racconta la sua vicenda e, di riflesso anche quella altrui: «Ho 33 anni e sono un lavoratore intermittente e occasionale, oltre che stagionale. Il decreto Cura Italia, da marzo, riconosceva la cassa integrazione a noi lavoratori intermittenti. Quando poi, a fine aprile, è stato emanato il decreto interministeriale che riconosce un bonus di 600 euro, per i mesi di marzo, aprile, maggio per un totale di 1.800, le cose si sono complicate». Marongiu chiarisce meglio: «Dall’entrata in vigore del decreto Cura Italia molte agenzie hanno fatto domanda di cassa integrazione, cosa che tra l’altro, andava in conflitto con la domanda del bonus, fatta dal 29 maggio in poi».

Tra la scelta della cassa integrazione o del bonus, molti lavoratori avevano infatti optato per quest’ultimo. «Alcuni infatti non avevano ottenuto dall’agenzia interinale la cassa integrazione, mentre per altri la cassa integrazione sarebbe stata inferiore a 50 euro mensili: insomma molto meno dei 600 previsti dal bonus».

Ancora più complessa è poi la situazione personale di Alessando Marongiu: «Come tanti altri avevo rinunciato alla cassa integrazione, perché mi avrebbero dato pochissimo. Però ho perso anche il bonus di 1.800 euro per una sola giornata: ne avevo lavorate 29 contro le 30 previste dal decreto. Un beffa, insomma, senza contare che ho dovuto rinunciare anche al lavoro stagionale che svolgevo ogni estate in Gallura».

Attraverso il gruppo sui social network, lo scambio di testimonianze fra i lavoratori rimasti senza alcun tipo di previdenza è continuo. Dice ancora Alessandro Marongiu: «Ad altri colleghi è andata peggio: c’è chi si è visto respingere la domanda perché secondo l’Inps non aveva raggiunto le trenta giornate lavorative richieste, che invece risultano effettivamente svolte da un successivo controllo dell’estratto conto dei versamenti, registrato dallo stesso Istituto di previdenza. Altri ancora hanno scoperto che risultavano assunti con contratti a tempo indeterminato non intermittente, addirittura alcuni risultavano aver preso il Fondo di integrazione salariale o la cassa integrazione, senza che in realtà avessero ricevuto un centesimo». E qui si entra in un campo ancora più complesso.

Tirando le somme, Alessandro Marongiu lancia pesanti accuse nei confronti dell’Inps: «I colleghi hanno dovuto lottare per far riesaminare le domande, bombardando di mail la direzione centrale per gli ammortizzatori sociali. Non tutte le loro posizioni sono state definite e non certo per colpa dei lavoratori. Errori così gravi, da parte di un ente come questo sono inaccettabili», è la sua amara conclusione. Intanto però, come capita almeno ad altri trecento, rimane nel limbo e a metà strada tra la cassa integrazione e il bonus c’è il nulla.

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