«Omicidio feroce, pene da confermare»

I legali dei genitori di Manuel chiedono per i 3 maggiorenni una sentenza fotocopia del primo grado. Lunedì i difensori

INVIATO A CAGLIARI. Non è periodo di sconti. Non in un’aula giudiziaria e non in un caso come questo. L’omicidio di Manuel Careddu, il diciottenne di Macomer assassinato in un terreno sull’Omodeo l’11 settembre 2018, non può che avere lo stesso esito che ebbe in primo grado. È la conclusione degli avvocati di parte civile Luciano Rubattu e Gian Francesco Piscitelli, che hanno sposato la linea della procuratrice generale Liliana Ledda che aveva chiesto la conferma della sentenza e quindi delle condanne emesse dal giudice per le udienze preliminari del tribunale di Oristano nel luglio 2019: ergastolo per Christian Fodde, trent’anni per Riccardo Carta, sedici anni e quattro mesi per Matteo Satta, i tre amici ghilarzesi che, assieme ai minorenni all’epoca del delitto, Giada Campus e Cosmin Nita, uccisero Manuel Careddu dopo averlo attirato in una trappola.

Le parole pronunciate ieri dai due legali che assistono Fabiola Balardi e Corradu Careddu, genitori della vittima, pesavano come le pietre che per prime occultarono il corpo del giovane, punito per aver chiesto ai cinque il pagamento della droga venduta loro qualche giorno prima. Il primo a parlare di fronte alla corte d’assise d’appello di Cagliari, presieduta dal giudice Massimo Costantino Poddighe, è stato l’avvocato Luciano Rubattu. Facendo propria la ricostruzione fatta dalla procuratrice generale nella prima udienza, si è soffermato sulla questione della presunta infermità di Christian Fodde, che sarebbe stata legata all’uso eccessivo di chetamina che ne avrebbe alterato la stabilità mentale. «È qualcosa che fa a pugni con la logica – ha detto lil legale della madre di Manuel –. L’imputato viene descritto come una persona lucida, determinata nel momento del colloquio di fronte allo psichiatra e però sarebbe incapace di capire che sta andando a uccidere? È assurdo anche ipotizzare un ribaltamento dei ruoli e insinuare che sia stato Manuel Careddu a infilarsi nella macchina di Fodde e che solo allora avrebbero deciso di ucciderlo. Ci sono le intercettazioni che, pur nella tragedia, fortunatamente chiariscono tutto. L’omicidio è stato deciso in tarda mattinata, studiato nel pomeriggio e attuato la sera». Una stoccata è arrivata anche per l’altro imputato Riccardo Carta: «Affermare che una pala (è l’oggetto usato assieme a una piccozza per colpire ripetutamente alla testa Manuel Careddu, ndr) è un attrezzo da lavoro che un allevatore ha sempre appresso, è come dire che un muratore va sempre in giro con i bidoni del latte».

Poi Gian Francesco Piscitelli, legale per Corrado Careddu, ha chiuso il cerchio mettendo l’accento «sulla ferocia di un delitto di cui è stato detto tutto». Non ha avuto bisogno di ricostruire a sua volta la vicenda, si è invece soffermato su altri aspetti: «Ci sono situazioni capaci di tirar fuori dalle persone il peggio di sé. Il branco, nella graduatoria della criminalità, è al livello più basso. Il singolo così si pone fuori da ogni regola sociale e persino al di fuori da ogni regola criminale. C’è stato un accordo per uccidere. Tutti erano d’accordo, nessuno del gruppo ha fatto nulla per desistere, far desistere. Fodde è stato influenzante, ma non determinante. Tutti sapevano che Manuel era stato condannato a morte e tutti hanno partecipato al suo assassinio. Sono tutti sincronizzati e legati da un accordo criminale preventivo che prevedeva anche i successivi comportamenti e le versioni false, ma unitarie, da sostenere in caso di domande».

Lunedì prossimo si prosegue. Tocca agli avvocati difensori Aurelio Schintu, Angelo Merlini e Antonello Spada. La sentenza, anche quella d’appello, è ormai dietro l’angolo.

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