I giudici: don Usai cinico con le ragazze sue ospiti

Pubbliche le motivazioni della sentenza della condanna a 7 anni per il sacerdote «Il sacerdote sfruttava il suo ruolo di responsabile della comunità Il Samaritano»

ARBOREA. Rita e Manuela chiacchierano. Non sanno che le loro telefonate sono intercettate quando parlano di colui che chiamano «Epa». È il nomignolo che indica, in lingua nigeriana, una persona di una certa importanza e con cui si riferiscono a don Giovanni Usai. A pagina 41 delle 97 con cui il tribunale – presidentessa Carla Altieri, giudici a latere Francesco Mameli ed Elisa Marras – ha motivato la condanna a sette anni per il sacerdote per favoreggiamento della prostituzione, viene riportato un dialogo. Le due ospiti della comunità per detenuti in regime alternativo di pena si confrontano su come comportarsi con don Giovanni, direttore della struttura. Rita così dice: «I tempi sono cambiati, se fosse il periodo che Epa era generoso con i soldi... Non è che mi ha dato tanti soldi, ma Josephine gli ha mangiato tanti soldi... Se era ancora come prima andavi da Epa e ti facevi dare tipo 3.000 euro». E poche righe più in là: «Anche Loveth, che è stata lì per poco, ha mangiato tipo 2.000 euro a Epa…. L’unica che non ha mangiato i soldi del prete in quel posto era Kudiratu... Comunque anch’io gli ho mangiato i soldi». Poi parla Manuela e dice: «È già tanto che non facciamo sesso… L’ultima volta che l’abbiamo fatto mi ha dato solo 50 euro… Sono troppo pochi… Se continuo così come faccio a mettere via i soldi, se ci vedessimo spesso e mi dà 50 euro va bene, ma ci vediamo una volta alla settimana o una volta ogni due settimane». E allora Rita dà un consiglio: «Cerca di dirgli che vuoi soldi da mandare alla famiglia. Fatti furba perché, se un domani non sei più lì, non avrai più l’opportunità di chiedergli i soldi. Sfruttalo».

È forse la summa di un assai più lungo excursus con cui si descrive la vita all’interno di un luogo che doveva essere di assoluto rigore e di «rinascita», in cui invece le ospiti «si sono ritrovate a fare i conti con l’offerta di denaro e vantaggi in cambio di rapporti sessuali, prima di tutto da parte dell’imputato, poi da altri soggetti con la tolleranza di Usai. In tal modo, Usai le ha trascinate nuovamente nel mondo dal quale le stesse provenivano e in relazione al quale staccarsi era particolarmente difficile avendo rappresentato per molte l’unico modo conosciuto e utilizzato per guadagnarsi da vivere. Il vedersi offrire nuovamente tale “modello” proprio da colui che rappresentava il potere e che, in quella situazione, aveva in mano il loro destino è stato un atto di vigliaccheria da parte dell’imputato che ha dimostrato con tali comportamenti un totale disprezzo per la dignità delle ospiti di sesso femminile e un profondo cinismo nell’approfittare del ruolo ricoperto».

Questi, assieme al tentativo di condizionare alcune testimoni incontrandole prima delle udienze, sono i motivi per cui le attenuanti non sono state riconosciute e la pena ha superato i sei anni chiesti dal pubblico ministero Marco De Crescenzo. Sono tanti poi i riferimenti alla credibilità dei testimoni, le cui parole sono suffragate da atti, intercettazioni e indagini. Le motivazioni descrivono la vita all’interno del Samaritano, che alcuni testimoni avevano definito «Un porto di mare», dove la prostituzione sembrava diventata la regola. Questo dicono i giudici di primo grado che hanno anche assolto don Usai dall’accusa di abusi sessuali nei confronti di una delle ospiti, parte civile attraverso l’avvocatessa Francesca Ferrai, e per prescrizione il nigeriano Alphonsus Eze, difeso dall’avvocato Carlo Figus, a sua volta accusato di favoreggiamento della prostituzione.

Ora si aspetta che la difesa del sacerdote presenti appello.

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