Post contro i femminicidi, Facebook le blocca il profilo

ORISTANO. «Non ero mai stata sospesa, nemmeno a scuola». La butta sul ridere, Carla Cossu, professoressa di storia e filosofia in pensione e presidente della sezione oristanese dell’Associazione...

ORISTANO. «Non ero mai stata sospesa, nemmeno a scuola». La butta sul ridere, Carla Cossu, professoressa di storia e filosofia in pensione e presidente della sezione oristanese dell’Associazione nazionale partigiani. In fondo, si sa che una prima volta c’è per tutti: per lei è arrivata ieri, quando a sospenderla per 48 ore, poi ridotte a 24, ci ha pensato Facebook. Il motivo sarebbe la pubblicazione di un post etichettato, dopo la segnalazione di qualche utente, come un caso di incitamento all’odio.

Così aveva scritto: «Ogni giorno almeno un uomo si alza e decide di uccidere una donna. A volte sono tre». Il riferimento era a quanto accaduto pochi giorni fa, quando la cronaca nera italiana aveva registrato ben tre casi di donne uccise dal proprio compagno nel giro di poco più di ventiquattro ore. Sotto il post, scomparso dal social network, era partita la polemica con un altro utente che aveva accusato la presidentessa dell’Anpi di generalizzare e di lasciar intendere che tutti gli uomini siano responsabili di delitti simili.

Dopo il confronto nei commenti, c’è stata la segnalazione del post per contenuti che incitano all’odio e a quel punto tutto è passato nelle mani dell’algoritmo che, con sentenza inappellabile, ha deciso di cancellare il contenuto e infliggere la sospensione temporanea dell’account. Una frase forte quella della professoressa Cossu, che con amara ironia segnalava il problema dei femminicidi, difficilmente interpretabile come incitamento all’odio: «Era una frase che racconta una realtà oggettiva. Ho segnalato il mio punto di vista a Facebook, ma ovviamente sono stata ignorata. Stranamente, quando sono stata io a segnalare post dal contenuto omofobico o antisemita, nessuno li ha mai cancellati». Alla fine, la punizione inflitta dal social network durerà solo poche ore, ma resta il problema: «Un privato, magari attraverso degli algoritmi, non può giudicare cosa si può dire e cosa no», protesta Carla Cossu. (dav.pi.)

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