La Nuova Sardegna

Oristano

Il processo

Botte e insulti a fratello e sorella, chiesta la doppia condanna per la madre e il convivente

di Enrico Carta

	Immagine simbolo di minori maltrattati
Immagine simbolo di minori maltrattati

L’episodio in un paese della provincia di Oristano. I due sono accusati di abuso dei metodi di correzione

25 marzo 2024
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Oristano Bastava la vista del mestolo per far piombare nel terrore un fratellino e una sorellina di nove e sei anni – non indichiamo l’identità degli imputati né il paese in cui sarebbero avvenuti i fatti per tutelare le parti offese, ancora minorenni –. Associavano quell’oggetto alle botte che gli venivano inferte, per cui la paura si impossessava di loro ogniqualvolta che veniva anche solo sventolato davanti ai loro occhi. È uno dei tanti esempi di una serie di comportamenti violenti che la madre e il suo compagno avrebbero perpetrato nei confronti dei due bambini.

Li ha elencati, facendo riferimento a testimonianze e filmati, il pubblico ministero Sara Ghiani prima di chiedere la condanna a un anno e sei mesi per la donna e a un anno per il compagno. Le botte, le minacce, gli insulti e gli atteggiamenti violenti in genere sarebbero durati parecchio tempo, ma non sarebbero passati inosservati perché la pubblica accusa è convinta di aver portato prove decisive al processo che si svolge di fronte alla giudice Cristiana Argiolas, di fronte alla quale si tornerà in aula per le ultime due arringhe difensive degli avvocati Agostinangelo Marras e Bianca Mannironi il 29 aprile.

Per il momento, ci si è fermati alla prima arringa, quella in difesa del compagno convivente, e ovviamente alle accuse, dal momento che anche la parte civile, con l’avvocata Angela Cappai che rappresenta il padre dei bambini, ha sostenuto la ricostruzione del pubblico ministero, ritenendo anzi che ci si trovi non di fronte a un abuso dei metodi di correzione, ma addirittura davanti a un caso di maltrattamenti che meriterebbe quindi ben altra pena.

Il capo di imputazione non si spinge però così avanti, per cui è difficile, anche se giuridicamente possibile, che si arrivi a una contestazione del genere, nel caso in cui ci sia una sentenza di colpevolezza. Tornando alla ricostruzione del pubblico ministero, furono due vicine a rendersi conto per prime che qualcosa non andava nella casa accanto. I sospetti nacquero perché, le volte in cui i due bimbi erano loro ospiti, questi ultimi non volevano far ritorno dalla mamma. Si nascondevano sotto il tavolo e piangevano. Quando poi videro la madre che mostrava loro il mestolo, perché una persona le aveva detto che erano stati un po’ monelli, i due fratellini scapparono. Furono loro stessi a raccontare, prima al padre poi in audizione protetta, di essere stati continuamente picchiati col mestolo, con ciabatte, con la cinta o semplicemente a mani nude, ad esempio quando non sarebbero stati solerti nel fare i compiti. Ci fu poi chi vide la bimba presa per i capelli dalla madre che le strappò le treccine finte che aveva applicato ai suoi capelli.

Per il pubblico ministero e per la parte civile, le parole trovano poi un fondamentale riscontro nei filmati delle telecamere che riprendevano la casa. Furono posizionate in gran segreto quando si decise di intercettare la coppia per verificare se stessero realmente avvenendo delle violenze all’interno di quelle mura. In quei filmati si vedrebbe la donna rincorrere i figli con qualcosa che somiglia a un bastone, forse proprio il mestolo, e in altre occasioni la si nota picchiare i bambini o maltrattarli verbalmente perché, magari, non avevano voglia di fare i compiti, di leggere o perché non sapevano le tabelline.

La conclusione dell’udienza è stata invece occupata dall’arringa dell’avvocata Antonella Piredda che ha chiesto l’assoluzione per il suo assistito. E l’ha fatto indicando una doppia motivazione. Da un lato, non ci sarebbero elementi per arrivare alla condanna del compagno della madre dei due fratellini. Sono infatti pochissimi i momento in cui si sarebbe trovato solo con loro e persino il padre dei bambini ha dichiarato in udienza di non aver mai sentito da loro che fosse lui a usare violenza nei loro confronti. Le altre motivazioni sono giuridiche e una soprattutto ha catturato l’interesse. Il reato che viene contestato può essere commesso solo da una persona che eserciti la genitorialità e questa, secondo il diritto, non potrebbe essere attribuita all’imputato solamente perché convivente della madre dei bambini.

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