Droga, 7 anni in appello per Vernesoni

Roberto Vernesoni

Disposta la degradazione per il colonnello della Finanza. L’ufficiale è accusato anche di peculato

CAGLIARI. Solo uno sconto di pena per Roberto Vernesoni (61 anni), ex comandante del gruppo operativo antidroga (Goa) della Guardia di Finanza di Cagliari: la corte d'appello presieduta da Grazia Corradini l'ha riconosciuto colpevole di peculato e spaccio di droga e gli ha inflitto sette anni di carcere, un anno e quattro mesi in meno rispetto alla sentenza emessa il 16 giugno 2006 dal tribunale. Condanna confermata con lo sconto anche per Giovanni Mei (58 anni) maresciallo delle Fiamme Gialle in pensione: sei anni contro i sette e otto mesi del primo grado di giudizio.

Nessuna sorpresa dalla lettura del dispositivo tranne una: i giudici hanno disposto la degradazione dell'ufficiale e del sottufficiale applicando la pena accessoria prevista dal codice militare in tempo di pace. Se la Cassazione respingerà il ricorso annunciato dai difensori Rodolfo Meloni e Agostinangelo Marras i due imputati perderanno il loro status di militari e tutti i diritti legati ai gradi in base a una norma che dev'essere applicata in automatico. Il resto della sentenza, arrivata nel pomeriggio dopo una sequenza di arringhe dai contenuti polemici, ricalca il primo giudizio.

Condanna per gli altri tre imputati di spaccio: dieci anni di reclusione anziché tredici a Ottavio Nonnis (50 anni) di Guspini, quattro anni e otto mesi Marino Nonnis (43 anni) di Guspini che ne aveva incassati sei e quattro mesi in tribunale, quattro anni a Francesco Mallica (45 anni) di Gonnosfanadiga con uno sconto di un anno e quattro mesi. Infine sei anni e dieci mesi al pentito Paolo Littera (55 anni) di Gonnosfanadiga, il cui teorema accusatorio ha retto alla prova dell'appello: in primo grado la pena per lui era stata di otto anni e otto mesi. La sentenza arriva a conclusione di un processo dai toni roventi, chiuso con uno scontro aperto tra difesa e giudici.

La presidente Grazia Corradini ha imposto tempi limitati alle arringhe, così che tra la corte e alcuni difensori sono volate parole avvelenate. Nel corso della discussione l'avvocato Marras ha abbandonato polemicamente l'aula, mentre l'avvocato Meloni ha ingaggiato una battaglia per poter andare oltre le due ore stabilite dal giudice: «Siamo di fronte a un'ingiustizia - ha dichiarato l'avvocato Meloni - e a un processo governato dalla fretta, con atti istruttorii fondamentali per l'accertamento della verità che sono rimasti fuori senza una spiegazione». Pacato il commento dell'avvocato Marras: «Ci sono i margini per un ricorso in Cassazione». Gli altri legali - Alessandro Diddi (codifensore del colonnello), Guido Manca Bitti, Luigi Trudu, Marco Usai, Marco Fausto Piras e Mauro Massa - non hanno commentato il verdetto.

La storia di questo caso, che ha coperto quasi quindici anni di storia giudiziaria sarda, è nota: tutto nasce nel 1995 con l'operazione Peppone, il sequestro di un grosso quantitativo di droga da parte del Goa di Cagliari. Secondo l'accusa i militari al comando di Vernesoni cedettero ad alcuni trafficanti sotto controllo circa due chili dell'eroina sequestrata per finanziare il prosieguo dell'operazione. Solo che in cambio - qui sta l'accusa - avrebbero intascato circa 35 milioni di lire ricavati dalla vendita. Parte della droga venne trovata nella cassaforte del comandante, che poi finì sott'accusa per le rivelazioni del pentito Littera e per quelle dell'ex sottufficiale Mei, rese al dibattimento. Rivelazioni che per l'accusa hanno trovato riscontro nelle tracce telefoniche, sulle quali si è consumata la battaglia in aula tra accusa e difesa. Vernesoni si è sempre dichiarato innocente: niente a che vedere con quell'operazione di spaccio, neppure un soldo nelle sue tasche. (m.l)
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