La Nuova Sardegna

La Kodak è defunta ma la fotografia non è mai stata così viva

Salvatore Ligios *
Accanto e sotto, pubblicità della Kodak nei decenni scorsi, quando il colosso americano era il padrone assoluto del mercato mondiale dell’immagine
Accanto e sotto, pubblicità della Kodak nei decenni scorsi, quando il colosso americano era il padrone assoluto del mercato mondiale dell’immagine

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La tragedia era nell'aria. Con l'arrivo del digitale la fabbrica per eccellenza della fotografia, la Eastman Kodak Company, non ha retto la sfida e così dopo circa 140 anni di onorato dominio chiude. Con l'abbandono del campo del più grosso colosso dell'industria fotografica mondiale finiscono i sogni dei fotografi? Manco per niente.  Come ci insegnano le tragedie classiche dal figlio che decide di uccidere il padre nasce una nuova storia. La fotografia digitale, figlia di quella analogica, caccia via la vecchia pellicola. È quello a cui stiamo assistendo: in questo ultimo decennio la pellicola viene sostituita dal sensore di silicio e grazie alle nuove tecnologie aumenta in un batter d'ali la produzione e il consumo di milioni di fotografie.  La multinazionale americana, sottovalutando il potenziale della tecnologia digitale, non ha saputo mantenere la posizione di leader del settore. La filosofia della Kodak si può riassumere nello slogan coniato con l'introduzione della prima macchina fotografica "per tutti": «Schiaccia il bottone al resto pensiamo noi». Fu l'inizio della fortuna. La pratica fotografica, amatoriale in particolar modo, cominciò a coinvolgere milioni di persone. Su quest'impero finanziario iniziato alla fine dell'Ottocento si sono concentrate le mire delle nuove scoperte scientifiche. I suoi più agguerriti avversari, Canon e Nikon per fare due esempi, inizialmente occasionali compagni di cordata e produttori di macchine fotografiche, hanno saputo innovare creando nuovi prodotti e nuovi bisogni. Nel frattempo altre compagnie hanno invaso il campo modificando le regole del gioco. La messa a punto del sensore numerico, l'introduzione del computer, la diffusione del video telefonino e delle tavolette digitali, iPad in primis, l'arrivo dei social network hanno modificato profondamente lo stato delle cose e persino l'oggetto del contendere.  Ma stiamo parlando sempre di fotografia? In effetti il termine non è così chiaro come ci sembrava qualche anno fa. Sempre più spesso si parla di immagine (imaging come immagine in movimento, non statica) e sempre meno di fotografia. Non è solo una questione di termine. Sta cambiando velocemente, e anche confusamente, il campo di azione di una pratica, di una produzione, di un consumo continuamente in evoluzione.  Esempi emblematici sono la perdita di identità di uno dei cavalli di battaglia della fotografia, il reportage e la figura del fotoreporter, soppiantati dai nuovi mezzi tele e video disponibili e alla portata di tutti. Le stesse aspettative sulla fotografia hanno perso forza non solo per la sovrapproduzione di immagini ma perché stiamo partecipando e assistendo a qualcosa di indefinito, non ancora nuovo ma già diverso dalla vecchia fotografia. La drastica riduzione del processo scatto-sviluppo-stampa ora sostituito dal semplice scatto-vedo al computer, videofonino o tablet ha bruciato centottant'anni di pratica manuale con i sali d'argento e l'idrochinone.  Cosa succederà della fotografia tradizionale? Sparirà, riuscirà a mantenere una sua nicchia? Sicuramente si evolverà. Verso tante direzioni. Difficile prevedere oggi quale prenderà il sopravvento. La breve storia della fotografia è piena di queste fini improvvise, di strumenti fotografici sostituiti da nuovi ritrovati in linea e in sintonia con l'interesse tecnico combinato a un maggior vantaggio economico. Creando particolare difficoltà ai professionisti. Costretti a riorganizzare il lavoro secondo i nuovi prodotti immessi sul mercato.  Un esempio curioso di disagio nel quale incorrono gli addetti ai lavori quando avviene un cambio così repentino dei processi produttivi riguarda José Ortiz Echague (1886-1980), considerato tra i fotografi più importanti della Spagna, fratello di Antonio, noto in Sardegna come il pittore dei costumi di Atzara.  José Ortiz Echague era un fotografo "pittorialista" attivo nella prima metà del Novecento il quale utilizzava una tecnica di stampa artigianale particolarmente complessa che restituiva con efficacia le atmosfere morbide di gusto classicheggiante. Ancora oggi è considerata tra le più pregiate tecniche di stampa. Si serviva di carte fotografiche prodotte dalla ditta francese Fresson, che alla fine degli anni Cinquanta chiuse per mancanza di commesse. Dopo un momento di sconforto Ortiz Echaghe non si perse d'animo e nel 1961 acquistò la fabbrica e ricominciò a produrre le carte Fresson. Nel frattempo diventò anche presidente della Seat, la fabbrica di automobili, ma questa è un'altra storia.  La fotografia digitale ha aperto un nuovo fronte esplorativo di cui noi oggi riusciamo a vedere solo una piccola parte. Ieri l'industria offriva la macchina fotografica, la Brownie, oggi una miriade di oggetti multiuso. Il fotoamatore è diventato "omo consumer" per le politiche di marketing. Ha perso la rigidità del ruolo unico per far parte di un'area in continuo movimento e incerta definizione; foto, video, messaggio, suono. Comprese le cosiddette "app", applicazioni spesso prodotte dai privati e messe in commercio dall'industria.  In questo nuovo scenario si può ancora parlare di fotografia? Davvero difficile rispondere. È notizia di qualche settimana fa il deposito di un brevetto già in fase di avanzato test che prevede la messa in commercio di una scatola simile ad una macchina fotografica molto semplice: un'ottica con due sole funzioni, un sensore digitale e un pulsante di scatto. L'operatore (fotografo forse non è termine adeguato) schiaccia il pulsante e raccoglie le informazioni sul file. Al momento non deve fare altro, il suo ruolo tecnico (l'homo faber) è finito. Da questo momento in poi ci penserà il fabbricante proprietario del software a soddisfare le fantasie del cliente. La vera novità del brevetto sta nel potenziale del programma che leggerà il file. Secondo gli inventori la messa a fuoco in un qualsiasi punto dell'immagine potrà essere variata a seconda delle esigenze in qualsiasi momento. In pratica si ottengono immagini bidimensionali ma con un archivio tridimensionale. Se così sarà i sogni di Nicéphore Niépce sono davvero arrivati al capolinea. * fondatore dello Spazio per la Fotografia Su Palatu, docente all'Accademia di Sassari
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