La Nuova Sardegna

«Grazie a Gregoriani colpimmo al cuore l’Anonima sequestri»

di Piero Mannironi
«Grazie a Gregoriani colpimmo al cuore l’Anonima sequestri»

Il procuratore generale parla del ruolo del collaboratore di giustizia di Silanus nella lotta contro il banditismo

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INVIATO A CAGLIARI. Il tempo ha sepolto lentamente un universo di paure e violenza, di cupa rassegnazione e di morte. L'infinita stagione dei sequestri di persona, che per la Sardegna sembrava una piaga incapace di rimarginarsi, ora sembra appartenere a un remoto passato. I numeri certificano infatti che il “furto degli uomini” è un reato ormai quasi completamente estinto: negli ultimi 15 anni un solo rapimento, quello dell'allevatore di Bonorva Giovanni Battista Pinna, nel 2006. Anche quel clima pesante di attesa, di ineluttabilità, si è dissolto e l'isola sembra essersi affrancata da un incubo.

Qualche settimana fa la morte di Luciano Gregoriani in Venezuela ha in qualche modo riaperto una finestra sul passato. E soprattutto ha costretto a prendere coscienza di una riflessione incompiuta, di una lacuna rappresentata dalla mancanza di un approfondimento su un mondo oscuro e ribollente che ha segnato per decenni la storia dell'isola. E un passo importante per cominciare questo percorso è quello di partire proprio dalla figura di Luciano Gregoriani, il primo collaboratore di giustizia della storia della criminalità sarda. Un personaggio che, con le sue alluvionali confessioni, ha probabilmente segnato l'inizio della fine del fenomeno-sequestri.

Ettore Angioni, procuratore generale della Sardegna, ha conosciuto molto bene Gregoriani. Allora sostituto procuratore, affiancava Luigi Lombardini nella guerra contro l'Anonima. Fu quindi uno dei primi a raccogliere le confessioni dell'ex camionista ed ex allevatore di polli di Silanus.

Dice Angioni: «Prima di tutto evitiamo di usare il termine pentito. È una parola che fa riferimento a categorie dello spirito, metagiuridiche, e che quindi mi pare in questi casi non sia appropriato».

- E allora come possiamo definire Gregoriani?

«Semplicemente un collaboratore di giustizia. Anche se per lui occorrerebbe fare un discorso molto articolato. Prima di tutto per il valore delle sue dichiarazioni, che ci portarono diritti al cuore dell'Anonima sequestri. Ci ha consentito di conoscere quell'ambiente e capire personaggi, meccanismi e rapporti interni. Il suo fu un contributo straordinario».

- Come arrivaste a Gregoriani?

«Ci arrivammo indagando sul sequestro dei fratelli piemontesi Casana, rapiti a Capo Pecora. I carabinieri avevano organizzato un servizio molto discreto per monitorare gli spostamenti degli emissari della famiglia. Fu durante questo servizio che venne notata un'auto che precedeva quella degli emissari. La targa ci portò alla moglie di Gregoriani. Così disponemmo una perquisizione e trovammo in casa un'agendina con numeri di targhe e utenze telefoniche. Mi ricordo che Lombardini mi chiamò tutto eccitato e mi disse: “Ettore, uno dei numeri di telefono sull'agendina è quello degli amici di famiglia dei Casana ai quali i banditi hanno telefonato per chiedere il riscatto. È fatta!”».

- E Gregoriani decise di collaborare subito?

«No, per niente. D'altra parte nessuno aveva fino ad allora rotto il patto del silenzio, l'omertà, nel mondo criminale barbaricino. Lombardini era convinto che la strategia vincente contro i sequestri era quella di creare un magistrato inquirente unico per competenza e cercare dei varchi nel muro dell'omertà con una legge premiale per i collaboratori di giustizia. Quello con Gregoriani era dunque un tentativo per arrivare a un esperimento in questo senso. Sta di fatto che, davanti alla prospettiva di sfuggire al carcere, Gregoriani cominciò a cedere».

- Lei se l'aspettava?

«Sinceramente no. Gregoriani apparteneva alla cultura del negare tutto ferru ferru. E la stessa moglie all'inizio non incoraggiò certo la sua scelta. Gli disse infatti: “Ma tue, homine sese?”. Sì, proprio così, gli disse: “Ma tu sei un uomo?”. Noi esercitammo una grande pressione su di lui, soprattutto Lombardini. E c'è da ricordare che legislazione premiale per i collaboratori di giustizia era ancora in discussione in Parlamento».

- Ma Gregoriani fu davvero così determinante?

«Fu importantissimo, certo, ma affiancato a un'attività di indagine che nessuno ricorda. Per esempio, come arrivammo a Tore Fais per il sequestro dei Casana. I due ragazzi torinesi memorizzarono tutto nei due mesi di prigionia. Marina ci parlò di uno dei carcerieri, molto gentile con lei, che gli riferì alcune circostanze. Prima di tutto che lui era di un paese nel quale si correva una spericolata gara a cavallo in discesa, e così noi pensammo subito a Santu Lussurgiu, e poi che in seconda media aveva assistito a un suicidio. Di più: il bandito le aveva regalato una catenina con un cuoricino smaltato di rosso. Incrociammo le informazioni e arrivammo così a Tore Fais (che morirà poi nel conflitto di Osposidda ndr). La prova si concretizzò quando, indagando sul periodo di soggiorno obbligato di Fais ad Acri, trovammo la gioielleria che aveva venduto al bandito la catenina....».

- Dopo l'applicazione di Lombardini a Tempio ci furono violentissime polemiche. Anche per i suoi metodi.

«Lombardini aveva un carattere ruvido, ma era di un'onestà adamantina. E otteneva risultati straordinari».

- Perché queste critiche?

«E' un discorso molto lungo. Diciamo che c'erano molti veleni nel mondo giudiziario».

- Subito dopo la morte di Lombardini ecco subito l'arresto di Gregoriani in Velezuela...

«Già, strana coincidenza vero? Lui comunque scontò il residuo di pena che aveva e poi ripartì».

- Dove? In Sudamerica o in Australia?

«So che ha vissuto sia in Venezuela e sia in Australia, ma sinceramente non conosco i dettagli dei suoi spostamenti».

- Come giudica Gregoriani?

«Un uomo notevole. Un bandito sì, ma anche un uomo di grande intelligenza e lucidità che voleva soprattutto ricominciare daccapo la sua vita insieme alla sua famiglia. Non sono d'accordo con certi giudizi superficiali e liquidatori sul suo conto. Certamente all'inizio decise di collaborare per calcolo, ma poi la sua personalità ebbe un'evoluzione: credeva davvero in quello che faceva. Un giorno mi disse: “Dottore, voglio riscattarmi”. Grazie a lui poi sventammo un agguato a Lombardini a Torre delle Stelle».

- Ma è vero che alla fine vi consigliava anche su come combattere l'Anonima?

«E' vero. Può sembrare un paradosso, ma è così: ci parlò di blocco dei beni e di giudice unico. E poi, il suo racconto delle relazioni all'interno del mondo della malavita, cioè le tensioni, le inimicizie, i sospetti e le diffidenze, ci aiutarono a capire meglio rapporti e psicologie, ma anche i limiti degli uomini che facevano parte di quell'ambiente. Gregoriani ci diede la sua parola d'onore che avrebbe collaborato con noi fino in fondo e, nonostante fosse rimasto molto deluso dalla condanna, ci disse che avrebbe mantenuto la sua parola. E così fece».

- Sembra quasi di capire che lei e Lombardini rimaneste in qualche modo sorpresi da Gregoriani.

«Devo ammettere che scoprimmo un uomo diverso da quello che ci aspettavamo. Prima di tutto ci colpì la sua memoria prodigiosa. Ricordava tutto: date, nomi e circostanze. Per un sequestro ci riferì che era stata approntata un’auto perfettamente identica a quelle della polizia. Ce la fece perfino trovare da uno sfasciacarrozze. Nelle lunghe discussioni che avemmo con lui, Gregoriani ci disse che era entrato nel mondo della malavita per necessità, perché non riusciva più ad andare avanti... Cosa alla quale abbiamo creduto fino a un certo punto. Mentre ci sembrò sincero quando ci disse che voleva rifarsi una vita con la famiglia. Oggi mi sembra importante ricordare che, grazie alla sua collaborazione, ridimensionammo un mondo criminale che era anche una piaga sociale. Gregoriani rappresenta l’inizio della fine dei sequestri di persona in Sardegna».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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