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Grazia Deledda liberata dalla gabbia del naturalismo

La scrittrice nuorese nella dimensione novecentesca della cultura della negatività


16 novembre 2012 Paola Pittalis


Negli ultimi anni, a partire dall'anniversario del Nobel, si è aperta una felice e complessa stagione della critica deleddiana, che colloca l'autrice, sulla quale si pensava che tutto ormai fosse stato scritto, in una rete di prospettive inedite.

È appena uscita l'interessante raccolta di saggi di Angela Guiso, nuorese, conosciuta per le frequentazioni critiche, oltre che di Deledda, di Gadda, Primo Levi, Consolo, Del Giudice, Pirandello, Salvatore Satta e Maria Giacobbe: "Il doppio segno della scrittura. Deledda e oltre" con una bella presentazione di Sandro Maxia. Il volume inaugura la sezione saggistica della nuova collana femminil di Carlo Delfino "La voce delle Muse" .

La suggestione del titolo scelto per il libro deriva dalla felice ambiguità della parola "oltre" che richiama la dimensione del simbolico e dell'inconscio, cifra di tante opere di Deledda, e, insieme, pone l'accento sul "narrare successivo" a Deledda, un "oltre" letterario che ha illustri rappresentanti in Salvatore Satta e Maria Giacobbe.

Sandro Maxia, nella sua illuminante presentazione, individua un elemento di novità nella scelta da parte di Guiso di entrare nell'universo artistico di Deledda attraverso un "ingresso laterale", le novelle, numerosissime e spesso felici, che inseriscono la scrittrice fra i grandi novellatori italiani del novecento, da Gabriele D'Annunzio a Luigi Pirandello, da Federigo Tozzi ad Aldo Palazzeschi, da Dino Buzzati ad Alberto Moravia.

In particolare Guiso prende in considerazione alcune novelle della raccolta "Il bacio del gobbino", del 1930: il delicato apologo del povero gobbino innamorato della bella Rachele, che si uccide per espiare la colpa di un amore mostruoso, e l'apologo drammatico de "La leggenda di Aprile", il cui protagonista si lascia morire dopo avere scoperto la natura incestuosa dell'amore per la madre, e il mistero tragico de "Il sicario" un uomo che, su mandato, vendica le offese di persone che si rivolgono a lui e, per una fatalità del destino, viene punito per l'unico delitto che sceglie di non commettere. Infine il trasparente mito orfico de "La casa del poeta" che contiene, nella sua contiguità a "Cosima", l'idea della forza rigeneratrice della poesia.

In questi testi compare il tema del "confine": nella sua connotazione etica, al di là di quella spaziale, nel senso di limite, di divieto posto lì per essere violato. Ed anche nel senso di ciò che è "oltre", quindi di "oltranza" e di "oltraggio". Dalle novelle ai grandi romanzi, "Elias Portolu" e "La madre", nei quali è violato il divieto dell'incesto, l'amore proibito fra cognati e l'amore del prete per la donna bella e sola. E, insieme, l'archetipo del "capro espiatorio", del pharmakos, vittima innocente che espia il male universale: con la morte (il bambino di Maddalena, in "Elias Portolu", e della madre del sacerdote ne "La Madre"), con la malattia (il male misterioso che affligge Jorgi Nieddu, in "Colombi e sparvieri"). E ancora il doppio, l'estrema porosità del confine fra realtà psichiche diverse, alternanti e ambigue, spesso compresenti, in un gioco che inquieta e affascina: sempre in "Elias Portolu", Maddalena è insieme Maria e Lilith, nella sua oscillazione fra l'amore seduttivo per il cognato e il pentimento. La lettura di Angela Guiso liquida in modo definitivo la tendenza della critica tradizionale, del resto già in crisi, a collocare Deledda nell'area letteraria del naturalismo o del decadentismo per chiamarla alla dimensione novecentesca degli archetipi mitici e mostrarne la consonanza con la dimensione del simbolico e dell'inconscio. Sfruttando le suggestioni critiche che le derivano dalla Scuola di Tartu, in particolare dalla lezione di Lotman, ibridata con le tesi di Northop Frye, che interpreta la letteratura attraverso una teoria degli archetipi di ispirazione junghiana.

Nel capitolo "Donne doppie oltre confine", Guiso sposta lo sguardo su Maria Giacobbe, a Deledda legata dal filo rosso di una sottile continuità. Nuovi scenari sociali e culturali (Danimarca, secondo Novecento), disegnano nuovi stili letterari: se l'universo di Deledda si colloca fra i poli manichei del bene e del male, del giusto e dell'ingiusto, il mondo di Giacobbe è attraversato da nuovi imperativi e da stimoli contradditori che suscitano molteplici risposte. In "Chiamalo pure amore" quattro donne di età diversa, Chantal, Odette, Dolores e Cecilie raccontano la loro storia sopra suoli differenti d'Europa e in epoche differenti: la fedeltà e il tradimento, l'amore e l'odio. In un gioco di specchi molteplice (il doppio del doppio), che diventa icona della modernità. Il primo dei due saggi dedicati a Salvatore Satta ha per titolo, sul filo di una continuità discontinua, "L'alternativa al 'doppio': la città senza 'civitas'": al centro la Nuoro dell'universo sattiano ("questo triste paese nel quale gli era toccato vivere, che era indifferente a tutto, che aveva accettato le spoliazioni di cui egli era rimasto vittima, dormiva un sonno secolare, era un paese per modo di dire, perché paese è quello dove esiste un prossimo, non quello dove ciascuno vive la sua apparenza di vita, nelle case chiuse come fortilizi e alla farmacia o al caffè. Il solo punto d'incontro è il cimitero"). In questo paese inesistente, dove ogni forma di comunicazione vera è negata, il patto comunicativo è sancito da strumenti irrituali: i "silenziosi conversari" con gli sguardi (di Ludovico e Celestina, di Priamo e Franceschina) e "il riso beffardo". Cori beffardi, privi di umana pietà, senza la risoluzione del riso liberatorio, felicemente condiviso, esplodono nei luoghi destinati a una socializzazione negata (la strada, la piazza, il caffè Tettamanzi), non escludono nessuno, accentuando il solco dell'incomunicabilità fra chi schernisce e chi è schernito, in una società che rafforza se stessa attraverso l'irrisione.

Libro denso e non facile: per la complessità dei richiami critici e letterari. Lettrice attenta e indocile, tenace ed esuberante, Guiso si abbandona a felici intuizioni alle quali cerca, e trova, radici nella concretezza dei testi esaminati. Non chiude il lettore dentro una tesi critica, ma apre nuovi spazi alla fantasia, dimostrando che il testo letterario è un mondo che possiamo esplorare con domande sempre nuove.

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