Un crac progettato nei dettagli

Il gip: «assoluta spregiudicatezza» degli arrestati per la bancarotta dell’hotel

ALGHERO. «A parte gli scherzi, non è che faccio battute, ma qui stiamo parlando di uno che si è portato a casa 5, 6, 8 milioni nell’arco della sua vita, fottendoseli da tutte le parti. Quindi ha una certa qualche... predisposizione. Quell’altro, poi, ancora un po’ e si butta dal sesto piano solo per mettere anche lui le mani nella marmellata».

Questo il ritratto di Gianni Marocchi, patron dell’hotel Capo Caccia di Alghero, fatto da un avvocato il 4 marzo del 2012. Al telefono con il legale c’era Danny Degli Esposti, ex braccio destro di Marocchi.

I due, senza sapere di essere intercettati dagli uomini del nucleo di Polizia Tributaria del comando provinciale della Guardia di Finanza, sedici mesi fa commentavano con sarcasmo (e con qualche commento volgare) l’annunciata gestione “cristallina” dell’hotel a quattro stelle che Marocchi con la Roden si era assicurato attraverso un contratto d’affitto stipulato con la Capo Caccia Resort, che però non ha mai incassato un euro. Le due società secondo la Finanza erano state create ad hoc per realizzare una bancarotta fraudolenta con un danno stimato in quindici milioni di euro.

Per il gip Carla Altieri – che martedì ha ordinato l’arresto di Marocchi, Degli Esposti e dei due presunti complici Francesco Vizzari e Vittorio Casale – quel contratto di locazione era un tassello della grande truffa organizzata dal quartetto con la complicità del commercialista ittirese Andrea Delogu per far sparire il patrimonio della “M.G.Srl”. E per lasciare a bocca asciutta i creditori della società che aveva gestito l’albergo di Capo Caccia. Tra questi c’è la Banca di Credito cooperativo di Pompiano della Franciacorta, l’avvocato algherese Andrea Piredda e il Condominio Eurotel Capo Caccia costituito dai proprietari di 150 stanze-appartamento dell’hotel. Appartamenti sigillati da quindici anni perché il Comune di Alghero considera la destinazione d’uso di civile abitazione incompatibile con quella alberghiera. Sono state proprio le denunce-querele del legale e dell’amministratore del condominio, insieme alla segnalazione del commissario giudiziale Alberto Ceresa, a far scattare l’inchiesta della Procura della Repubblica.

Le indagini della Guardia di Finanza avrebbero scoperchiato il calderone di un crac abilmente pilotato attraverso cessioni di rami d’azienda, ripartizioni illegali delle riserve tra i soci, ipervalutazioni, raggiri contabili per far apparire perdite inesistenti. Una operazione culminata nel “capolavoro” del 22 dicembre 2009: un preliminare di compravendita farlocco per l’acquisto di quote della società di San Teodoro “Salina Bamba” (estranea alle indagini). Un trucco, secondo le accuse, per trasferire cinque milioni di euro dalla “M.G. Srl” alla Compagnia Fondiaria Nazionale di Francesco Vizzari e da questa alla “Operae Spa” di Vittorio Casale, che nel preliminare di compravendita figurava quale intermediario della operazione. Il contratto non venne regolarizzato entro il termine stabilito e “Operae” intascò i soldi «con ingente danno – si legge nel capo di imputazione – a M.G. e quindi ai suoi creditori».

Il sospetto degli inquirenti è che l’affare, attraverso lo schermo di società solo apparentemente confliggenti ma in realtà collegate tra loro, servisse solo ed esclusivamente a svuotare “M.G. Srl”.

Questa visione del crac di Capo Caccia è stata condivisa dal gip. Secondo Carla Altieri, gli indagati hanno dimostrato «assoluta spregiudicatezza» in una «pluralità di condotte fraudolente e distrattive, attuative di un lucido disegno perseguito pervicacemente in un ampio arco temporale». «Tutti – scrive il giudice nella ordinanza di custodia cautelare – erano perfettamente consapevoli, grazie alle professionalità e abilità proprie di ciascuno, del grave pregiudizio recato ai creditori sociali». Alla base della misura cautelare in carcere ci sarebbe il pericolo di inquinamento delle prove e di reiterazione del reato.

E perfettamente consapevole della bancarotta milionaria sarebbe stato, secondo il giudice per le indagini preliminari, anche il commercialista di Ittiri Andrea Delogu, amministratore della Capo Caccia Resort per tutto il 2009.

Delogu è l’unico indagato sardo e anche il solo che non è finito in carcere, nonostante questa misura cautelare fosse stata richiesta anche per lui dal sostituto procuratore Giovanni Porcheddu. Il gip ha invece ritenuto sufficiente applicare al commercialista la misura del divieto temporaneo della professione di dottore commercialista per la durata di due mesi.

Ieri mattina, nei carceri dove sono stati rinchiusi dopo l’arresto, sono cominciati gli interrogatori di garanzia degli indagati. Gianni Marocchi, assistito dall’avvocato Edoardo Morette, si è avvalso della facoltà di non rispondere alle domande del gip che lo ha interrogato per rogatoria nel carcere di Ascoli Piceno. Altrettanto hafatto a Messina Daniele Danny degli Esposti (difeso dall’avvocato Agostinangelo Marras). Ma la linea del silenzio dovrebbe essere anche quella adottata da Francesco Vizzari (in carcere a Roma) e dell’ex re del Bingo e immobiliarista di Operae Spa Vittorio Casale, rinchiuso nel carcere di Rimini.

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