La Nuova Sardegna

UN SEGNALE AD ANGELA MERKEL

di RENZO GUOLO

di RENZO GUOLO Le elezioni nell’Unione mandano segnali netti. Le forze euroscettiche o antieuropeiste non sfondano ma si assicurano un’estesa rappresentanza a Strasburgo. Quello del Front National è...

27 maggio 2014
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di RENZO GUOLO

Le elezioni nell’Unione mandano segnali netti. Le forze euroscettiche o antieuropeiste non sfondano ma si assicurano un’estesa rappresentanza a Strasburgo. Quello del Front National è il dato più eclatante. Se in futuro il partito di Marine Le Pen - che chiede ora nuove elezioni legislative - diventasse il primo partito della Republique, ad andare in frantumi non sarebbe solo il sistema politico d’Oltralpe ma l’architrave della stessa costruzione europea, storicamente fondata sull’asse franco-tedesco. Un asse che ha retto quando a Parigi hanno governato socialisti o gollisti e a Berlino socialdemocratici o democratici cristiani, divisi dai programmi ma non dalla comune vocazione europeista. Un successo del Fn alle legislative, e poi per traino alle presidenziali, sull’onda di parole d’ordine antitedesche, metterebbe fine a ogni prospettiva di unità politica dell’Europa.

Fuori dalla Germania, il voto europeo è stato anche un referendum sulle politiche dell’Unione a trazione tedesca. C’è da augurarsi che il fantasma della ripresa di un duro scontro politico tra le due sponde del Reno, nel caso la montante marea del Front National salisse prima a Matignon e poi all’Eliseo, induca Berlino a cambiare linea. Del resto, i campanelli d’allarme suonano anche per la Merkel che perde un punto e mezzo rispetto alle precedenti europee e sei sulle politiche. Anche nel paese che ha beneficiato della cura di austerità imposta ai recalcitranti partner dell’Unione, la politica della Cancelliera genera insoddisfazioni. Placate, solo parzialmente, dalle riforme volute dalla Spd, non a caso premiata dagli elettori. Il patto di governo prevedeva che i socialdemocratici non mettessero in discussione la linea dell’austerità europea in cambio di misure che aumentano diritti e prestazioni del welfare. Reggerà ancora in quei termini l’intesa dopo il terremoto politico sulla Senna?

In Germania la sinistra nelle sue diverse componenti, dai socialdemocratici ai verdi sino alla Linke, che con diversa intensità criticano la linea della Merkel, pesa ormai quanto lo schieramento conservatore. Pur non costituendo una maggioranza politica alternativa a causa dell’incompleta revisione ideologica della sinistra post-comunista, quest’area si presenta come potenziale ricambio all’alleanza tra democristiani e i liberali in grave declino. Se la Merkel scegliesse di blindarsi dietro all’egoismo nazionale, magari additando il successo interno dell’antieuropeista e populista Adf, non farebbe che alimentare l’insofferenza collettiva per l’egemonia tedesca.

Un rifiuto, quello dell’austerità, che ha prodotto la vittoria della sinistra radicale di Syriza in Grecia e quella dei socialisti in Portogallo, i due paesi più colpiti dalla cura in salsa tedesca propinata dalla Trojka nella versione tecnocratica di Bruxelles. Anche il risultato in Italia del Pd, che entra nel gruppo del Partito socialista europeo come stella di prima grandezza, contiene una domanda di mutamento della linea Merkel. I numeri straordinari del Pd ne fanno il primo gruppo nazionale nel Pse, complice la debacle francese e l’insoddisfacente risultato spagnolo. E consentono di spingere con forza sia a Strasburgo, sia nelle relazioni, decisive, con la Spd tedesca su temi per noi decisivi come crescita e fiscal compact.

Quanto agli organismi europei, popolari e conservatori hanno prevalso in seggi ma non è detto che la guida della Commissione sarà automaticamente loro. I socialisti potrebbero cercare alleanze mobili. Se non avranno la guida della Commissione, avranno il presidente del Consiglio europeo. Al di là delle cariche è, comunque, tempo di far comprendere alla Merkel che o l’Europa cambia oppure a essere travolta da populisti, demagoghi e xenofobi, sarà l’intera Unione.

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