L’identità dell’isola in un mondo di mutamenti radicali

di GUIDO MELIS Come si può essere autonomi e decidere sulle proprie sorti in una condizione reticolare nella quale le sorti di tutti sono sempre più comuni con gli altri soggetti della rete? Dico...

di GUIDO MELIS

Come si può essere autonomi e decidere sulle proprie sorti in una condizione reticolare nella quale le sorti di tutti sono sempre più comuni con gli altri soggetti della rete?

Dico subito che noi sardi dobbiamo prendere atto del grande mutamento in corso. Se non è troppo, dobbiamo dotarci di un pensiero nuovo, che sostituisca quello autonomista, a sua volta figlio della grande semina sardista del primo dopoguerra.

Questo che sto ponendo è il problema che a me sembra cruciale. Riguarda in generale tutta la politica contemporanea, specialmente in Italia. Lo chiamerei il problema del "pensiero politico o della teoria politica debole". Cioè dell'invecchiamento ormai evidente a tutti di quel complesso di idee, interpretazioni del mondo, e del ruolo in esso della Sardegna contemporanea, che, formatosi dopo la prima guerra mondiale, ha dato luogo poi qui da noi alla lunga, sia pur contraddittoria ma non per questo inutile stagione dell’autonomismo democratico. Il complesso di quelle idee, diffuse in modo multi-partisan in tutto l'arco dei partiti del dopoguerra e nella parte migliore della cultura militante sarda, è oggi inesorabilmente in crisi, incapace più di esprimere un'influsso propulsivo sulla politica (parlo ora della politica regionale), che infatti, palesemente, naviga a vista, del tutto priva di una sua "teoria".

Come si fa, nella situazione che ho descritto, nell'ambito cioè della grande Rete, ad assicurare la partecipazione dei cittadini, dal basso, alle grandi scelte che li riguardano? A farli veramente contare? A determinare dalla periferia le scelte che qualcuno compie in alto e al centro (ma in quale centro, poi? Ce ne sono innumerevoli); scelte che comunque tutti poi subiamo e paghiamo?

Viviamo, anche in Italia, proprio in questi mesi, un periodo forse decisivo, confuso sin che si vuole ma tuttavia carico di implicite potenzialità di cambiamento. Il governo di Matteo Renzi ne è una manifestazione, sebbene forse non ancora la soluzione. Vi possiamo leggere tre punti importanti: a) un tentativo di semplificazione estremo delle istituzioni, cui corrisponde ad esempio il superamento del sistema bicamerale (e non solo di quello "perfetto") e – forse – un alleggerimento dell'amministrazione centrale, nonché (forse) una riduzione del peso delle Regioni a vantaggio semmai dei comuni; b) una corrispondente riforma dei meccanismi parlamentari di assunzione delle decisioni, in nome della necessità (per altro condivisibile) di ridurne i tempi come impone il ritmo dell'economia globalizzata; c) una più netta affermazione del potere carismatico dei leader con definitivo superamento della democrazia dei partiti (della quale, per altro, vediamo tutti i clamorosi difetti).

Se questo è il progetto, ci domandiamo quale parte vi possa avere in un prossimo futuro la Sardegna. La quale, secondo noi, deve in questo quadro, profittando del momento dinamico che si prospetta, ricontrattare quella che un tempo è stata l'autonomia speciale e conquistare un nuovo livello di partecipazione "autonoma" alla fase che si sta aprendo. Sulla natura di questa partecipazione autonoma, però, la discussione non ha raggiunto ancora il necessario punto di sintesi. Dobbiamo – come propongono alcuni (e altri riecheggiano spesso in modo poco convinto, ma per scopi elettoralistici) – accentuare la nostra rivendicazione "storica" di autogoverno, anche rinverdendo se è il caso le politiche "contestative" sperimentate in passato? O dobbiamo – come suggeriscono altri – integrarci di più nel fronte delle Regioni ordinarie e in genere dei vecchi e nuovi soggetti istituzionali (italiani e non) e partecipare di più ai processi strutturali di riforma dello Stato in Italia, operando dall'interno per assicurarne l'essenza democratica e la dialettica tra le varie parti del Paese?

Come si vede, molto congiura verso una revisione delle modalità tradizionali di concepire la "questione sarda" (perciò parliamo di "nuova questione sarda"). Parliamo di identità come chiave per stare al mondo a testa alta, ma al tempo stesso di contaminazione e di integrazione, di identità mobile e in trasformazione.

Sinora il pensiero autonomistico post-sardista del dopoguerra, in tutte le sue espressioni (dalle più radicali alle più moderate) ha essenzialmente immaginato uno schema binario, competitivo se non contrastativo, tra autonomie e Stato. Da ora in poi bisognerà cercare di pensare a uno schema pluralistico, con soggetti pubblici e privati ai vari livelli della filiera centro-periferia, tendenzialmente collaborativo, reticolare. Farà una bella differenza. E non è affatto detto che siamo tutti d'accordo.

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