La Nuova Sardegna

Il turismo intelligente Svago e impegno civile

di Daniela Paba
Il turismo intelligente Svago e impegno civile

Intervista con lo scrittore e paesologo Franco Arminio

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SENEGHE. L'incontro col paesologo Franco Arminio è uno dei regali di “Cabudanne de sos poetas”, il festival di Seneghe che festeggia, da oggi a domenica, la sua decima edizione; la prima nel segno di Mariangela Gualtieri che succede a Franco Loi come direttrice artistica. Autore di raccolte di versi come “Stato in luogo” e “La punta del cuore”, Franco Arminio parlerà a Seneghe sabato alle 21.

Poeta con la vocazione dell'antropologo urbano, del geografo innamorato del Sud più profondo, Arminio è nato a Bisaccia nell'Irpinia d'Oriente, anima il blog Comunità provvisorie, grazie al quale promuove l'idea (e la pratica) di un “turismo della clemenza dove s'intrecciano svago e impegno civile”; due anni fa ha ideato il festival La Luna e i calanchi, che dirige ad Aliano, paese di confino di Carlo Levi.

Scrittore di prose poetiche sui piccoli paesi italiani ha vinto premi prestigiosi con “Terracarne” (Premio Carlo Levi e premio Paolo Volponi, 2011), “Vento forte tra Lacedonia e Candela” (Premio Napoli); “Cartoline dai morti”, piccolo gioiello editoriale di Nottetempo, tradotto ora anche in Russia, e “Il topo sognatore e altri animali di paese”, premio Andersen per il progetto realizzato a due mani col disegnatore Simone Massi. Il suo libro più recente è “Geografia commossa dell'Italia interna”, pubblicato da Mondadori lo scorso anno.

“Un paese vuol dire non essere soli...” cantava Giovanna Marini citando Pavese e quella consapevolezza di un mondo al tramonto cancellato dalla modernità si ritrova nelle comunità residuali di questa topografia di un Sud dimenticato che Franco Arminio percorre incessantemente alla ricerca di antiche solitudini: «Non cerco mai i paesi da cartolina - spiega al telefono il poeta e paesologo - Quelli rilevanti da un punto di vista turistico. La mia ricerca è nella marginalità, in un vuoto che si riempie di vita e silenzio».

Chiuso da pochi giorni il festival La luna e i calanchi avete messo in rete un patrimonio di riflessioni sui paesi d'Italia, sui concetti di centro e periferia, prezioso per tutti...

«Invito geografi, etnologi, musicisti e politici, sociologi, artisti d’avanguardia e poeti dialettali. C'è alla base l’idea di mettere insieme alto e basso. Mi piace che s’incontrino gli anziani e i giovani; la musica permette di mescolare i generi, ma anche la letteratura e il teatro. Nei Parlamenti sull'Italia interna disponibili in rete puoi trovare l'intervento del politico, dello studioso e subito dopo quello del poeta o del musicista, perché bisogna abbattere gli steccati tra i linguaggi che abbiamo costruito in questi anni. Per questo parlo di “Comunità provvisorie”.

Un laboratorio d'idee per il futuro che mette arte, ricerca e riflessione politica dentro pareti d'argilla...

«Il mio pensiero sta diventando collettivo e di questo sono felice. I calanchi sono pareti da cui emergono le architetture, gli alberi. Sono piramidi, forme coniche di argilla che negli anni si trasformano: un paesaggio bello perché in qualche modo inoperoso, ci sono case, filtra la luce. Non devo vendere qualcosa, non è un mestiere: è un modo di stare al mondo, vivo così e trovo altre persone che vivono come me. La paesologia non è una disciplina staccata da quello che uno fa: è dentro la trama delle mie giornate. Non è che uno si sveglia e fa il paesologo. Oggi in Italia, paradossalmente, i posti più belli sono i posti inabitati, dove l'uomo ha fatto meno danni. Mi emoziona di più l'interno della Sardegna che, come la Lucania, racchiude posti dove la natura ha ancora una sua forza».

“Terracarne” alterna impressioni e considerazioni, soggettività e pensiero etico, poesia e prosa con attenzione maniacale alla singola parola.

«Terracarne non è forse il mio libro migliore, il linguaggio è più piano rispetto ad altri ma in Geografia commossa dell'Italia interna mi pare di essere tornato ai livelli iniziali. Nella vita di uno scrittore ci sono fasi diverse ma per me è la poesia che riemerge, la mia è sempre una prosa poetica. C'è il livello etico ma non sta alla letteratura e all'arte di cambiare il mondo. Possiamo mostrare il punto a cui siamo arrivati, ma per cambiare occorre un più deciso intervento della politica».

Nei suoi scritti sono frequenti riferimenti al disagio interiore, un desiderio di fuga, un respiro corto...

«Sono un ipocondriaco. Rispetto a un sociologo che racconta la Sardegna e basta, un paesologo ci mette dentro la sua vita che può essere la paura della morte, può essere che lì vive Carmela e la nomini. C'è un intreccio tra mondo esterno e mondo interno, un’esposizione molto diretta, a volte brutale, che uno studioso di scienze sociali non mette».

Lei definisce “autismo corale” il vivere contemporaneo. Le comunità provvisorie sono l'antidoto?

«È un problema comune a tutto il mondo. Le cose migliorano e peggiorano insieme: da una parte le persone sono sempre più immersi nella virtualità dei social, dall'altra si fa spazio l'esigenza di ricostituire comunità, magari per un tempo breve. A me interessano le emozioni e lavoro su quello.

Sono però emozioni mai immediate che lavorano nel profondo.

«C'è sempre il dolore, il vissuto che si stratifica nei luoghi e nella carne».

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