Il Pasolini di Ferrara omaggio appassionato alla mente del poeta
Né cronaca né biografia: il volto scavato di Willem Defoe dà sostanza al racconto del suo ultimo giorno di vita
Una grande dichiarazione d’amore e come tale, imperfetta, strabica, passionalmente barocca. Il “Pasolini” di Abel Ferrara non è una biografia, non scopre nulla di nuovo, ma almeno per un’ora rende omaggio a un grande intellettuale – «sono semplicemente uno scrittore» diceva di sé – la cui visione profetica manca molto nell’Italia di oggi. Il film ripercorre l’ultimo giorno di vita di Pier Paolo Pasolini, tra un’intervista di Furio Colombo, gli appunti del suo diario, le riflessioni sui progetti mancati (da “Petrolio” sul caso Mattei al “Pornoteokolossal” con Davoli-Scamarcio) e l’attesa per la fine delle riprese di “Salò”, agli incontri con i ragazzi di vita che lo perderanno nella notte del 2 novembre 1975. Il “Pierute” di Ferrara per un’ora si interroga sul senso di una società corrotta, ne sente la sofferenza, l’ansia di violenza, culminato nel celebre titolo de “La Stampa” che suggerì a Colombo “Siamo tutti in pericolo”. Una sintesi che si potrebbe ancora sottoscrivere.
Ferrara ha descritto lucidamente i mesi di lavoro necessari per il film, quando incontrando le molte persone che hanno lavorato col poeta di Casarsa ha tratto una conclusione: «Non ho sentito una sola parola cattiva nei suoi confronti: era la persona più gentile con gli umili, sul set era tutto quello che io vorrei essere». Un regista che Ferrara considera il suo maestro e cui, da buddista, rende omaggio. Di fronte a queste lettura della vita dell’uomo e dell’artista si possono accettare alcune sfasature, soprattutto nel dilatato finale in cui nulla si aggiunge a quanto già conclamato sia dall’indagine del 1976 («un buon processo» lo definisce lo sceneggiatore Maurizio Braucci) che dall’altra ricostruzione cinematografica, “Pasolini un delitto italiano” di Marco Tullio Giordana.
E se è vero che Ferrara non vuol dimostrare nulla, è altrettanto certo che accantona l’idea del complotto, a favore dell’omicidio omofobo e che anche Pino Pelosi (“la rana”) passò sul suo corpo con l’auto scappando per paura. L’ultima parte è proprio la più debole, fragile come la personalità di Pier Paolo. Così di fronte all’esito del film riecheggiano le sue parole: «Scandalizzare è un diritto, scandalizzarsi è un piacere». E se anche Pasolini pensava al sesso e a “Salò o le 120 giornate di Sodoma” («il sesso è politica, perché tutto è politica»), egualmente la conclusione può adattarsi al film di Ferrara. Lo conferma anche Willem Dafoe che dice di aver apprezzato Pasolini a 20 anni, attraverso i suoi film («Io sono cresciuto guardando i film di Pasolini e lui è cresciuto senza guardare i miei film. Io sono un buddista che tende a meditare sui propri maestri»), e di essersi avvicinato di più da quando vive in Italia. Per questo film dice di aver evitato di dare un’interpretazione: «Ho voluto incarnare i suoi pensieri, le sue riflessioni, le sue opere».
Ferrara ha fatto recitare Dafoe sia in italiano che in inglese, ma nell'edizione italiana - in uscita il 25 settembre - l'attore americano, che è compagno della film-maker italiana Giada Colagrande, verrà doppiato da Fabrizio Gifuni. La proiezione del film alla Mostra è partita con un’ora di ritardo a causa dell’allarme bomba che ha bloccato nel pomeriggio il Palazzo del Cinema.
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