La Nuova Sardegna

Aurousseau: «I criminali veri sono i colletti bianchi»

di Daniela Paba
Aurousseau: «I criminali veri sono i colletti bianchi»

Ex detenuto, oggi romanziere affermato, ha dialogato con Serge Quadruppani Il suo “La rivolta” racconta la ribellione dei carcerati in Francia nel 1972

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CAGLIARI. Che cosa voglia dire “Non tutto è in vendita” (il tema del festival di quest’anno) si capisce frequentando Marina Café noir, in corso fino a domenica tra il Giardino sotto le mura e il Terrapieno. Che si parli di consumo critico o di rivolte nelle banlieue parigine, tra canti anarchici, jazz e musica elettronica, il segreto del festival è nel porre un tema forte e declinarlo tra letteratura e musica.

Scrittore autobiografico, Nan Aurousseau definisce il suo ultimo romanzo, “La rivolta” (pubblicato da e/o), «un libro contro la legge penitenziaria che in Francia, nel 1972, provocò la ribellione dei detenuti». «I personaggi di Nan sono come lui, ex detenuti – l'ha introdotto Serge Quadruppani – ma lui non vende mai la mitologia della malavita». Cresciuto nella banlieu di Chatrou, Aurousseau affida al romanzo la sua chiave di lettura del crimine: «Il crimine in sé non esiste. Quello che esiste è invece un gran casino virologico illuminato di sbieco dalla luna, una specie di contagio infettivo delle nevrosi familiari, un mucchio di letame socioculturale ipercriminogeno. Vista da vicino è questa la storia del crimine». Una definizione che, secondo Quadruppani, prova la vacuità di tutti i discorsi forcaioli. Per dimostrare che il gruppo criminale peggiore, in Francia, è quello dei colletti bianchi Aurousseau – che per scrivere o fare film ha fatto l'operaio – racconta al pubblico del festival il marcio dei grandi cantieri: «Ho lavorato a costruire la Grande Biblioteca di Francia che, immensa, doveva essere conclusa prima della morte di Mitterand. Per fare più in fretta si colava il cemento di notte. Un giorno un operaio africano è caduto dentro una delle gabbie di legno, alte 50 metri, impossibile da smontare. Sappiate dunque che dentro uno dei pilastri della Biblioteca c'è un operaio morto perché il cantiere non si poteva fermare».

Altro appuntamento del festival, quello con Massimo Cirri, cheha esaminato le nevrosi consumistiche dell'Occidente. «Se anche la Rete da simbolo di libertà comincia ad essere un terreno recintato, salvezza e utopia sono nella battaglia sui beni comuni, che perlomeno stanno in un altro ambito, quello delle relazioni tra le persone». Tra esempi di economie della condivisione, di ciò che si può usare senza possedere: «La bici di Pisapia mi porta a lavoro più veloce del taxi e ridiscute il vincolo forte che c'è in Italia tra l'uomo e la sua macchina».

L'idea che dalla crisi si esca con un aumento dei consumi è, per il conduttore di “Caterpillar”, «una illusione che va contro le leggi della fisica, perché a un certo punto le risorse finiscono e tu sei nella merda». Un Cirri un po’ psicoterapeuta: «Crescono l'insicurezza e la solitudine. Per vent’anni ci hanno fatto credere che conta solo l'individuo: il risultato è che, solo, sono più molto fragile. Cresce il numero di lavoratori convinti di essere spiati, registrati dalle telecamere, di cui sentono il clic quando passano nei corridoi. Perché anche i posti di lavoro sono diventati tristi luoghi di solitudine».

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