I militari: mai sparato sui nuraghi
«Abbiamo 80 uomini impegnati nelle bonifiche. Uranio impoverito? Non è vero»
INVIATO A CAPO TEULADA. La “penisola interdetta”, vista dall’alto, somiglia al profilo di una Sfinge adagiata sul mare. Quattrocento ettari di bersaglio militare, a Sud del poligono di Capo Teulada, campo di esercitazioni a fuoco, bombardamenti navali, colpi di artiglieria, durante cinquant'anni di addestramento e guerre simulate. Ci vuole mezz'ora, dall'ingresso della base, per raggiungerla con i gipponi, sulle strade sterrate e polverose, tra la macchia bassa, le mucche al pascolo e piccole casette verdi, target amovibili che riproducono possibili scenari di scontro in ambiente urbano. Su una collina che costeggia la strada, franato su se stesso, il nuraghe Montixeddu, uno dei sedici censiti all'interno del poligono. I militari vengono accusati di averlo bombardato, durante le esercitazioni. La recente visita del deputato di Unidos, Mauro Pili, ha innescato una polemica sull'impiego della base, sulle “distruzioni” e i danni all'ambiente e al patrimonio archeologico presente nei 7.200 ettari del poligono. I vertici militari hanno replicato, ieri, senza mai citare né il parlamentare né le polemiche sulle presenza delle basi nell'isola, nel corso di una visita con i giornalisti nell'area D, dove sono cominciate le bonifiche sollecitate dalla Procura della Repubblica di Cagliari. «Non abbiamo mai sparato sui nuraghi – ha assicurato il colonnello Sandro Branca che ha comandato il poligono negli ultimi due anni, fino a venerdì scorso, quando ha lasciato l'incarico al nuovo comandante Giuseppe Mautone – . Il nuraghe – precisa – è fuori dalla “campana di sgombero”, cioè l'area entro la quale cadono i proiettili. Inoltre, è nella linea immediatamente sotto la nostra postazione di avvistamento. Usandolo come obiettivo avremmo corso il pericolo di farci sparare addosso. Quell’ogiva trovata sulle pietre, non poteva essere lì. L'Esercito ha fotografato tutti i nuraghi presenti nel poligono. In primavera, nell’ambito di una riunione del Comitato misto paritetico per le servitù militari alcuni esponenti del Comipa sono entrati nel poligono. Non hanno ritenuto necessario visitare i nuraghi ma hanno ricevuto la documentazione fotografica dei nostri rilevamenti. Noi non viviamo in un regime di extraterritorialità – aggiunge Branca – dobbiamo rispettare le leggi e non abbiamo nessuna preclusione sul fatto che i nuraghi presenti nel poligono vengano valutati da esperti e venga stabilito l’interesse archeologico e storico dei siti. Fino ad ora non abbiamo avuto nessuna richiesta da parte della Soprintendenza in questo senso. La Soprintendenza, comunque, è già presente nella base, dove sta ristrutturando, dal giugno scorso, una torre pisana nella zona Charlie». Ieri è stata la giornata delle precisazioni, della “versione militare” su quanto accade nel poligono, quale sia il suo stato di salute ambientale, quali le modalità di verifica dei livelli di inquinamento, quale il suo valore strategico per le forze armate. «Il poligono di Teulada è irrinunciabile – dice, senza esitazione il colonnello Branca – perché è l’unico che consente l’addestramento di tutti i reparti operativi. Non è vero che non rappresenta una ricaduta economica per il territorio: garantisce 980 buste paga ai militari, la quasi totalità rappresentata da sardi, e 200 ai civili della zona, in tutto sono circa 19 milioni di euro l’anno. Così come non è vero – puntualizza – che sia stato usato uranio impoverito, che non abbiamo nei nostri armamenti. Tutto quello che è stato sparato qui, è noto e sottoposto a controllo di pericolo ambientale. Questa non è una servitù militare – tiene a precisare – è un’area del demanio militare, acquistata nel 1959, a dieci volte il valore di mercato dei terreni a quell’epoca, e abbiamo sempre operato nel rispetto dell’ambiente e della salute di chi ci ha lavorato». L’8 settembre scorso sono iniziate le bonifiche, previste in tre fasi, della penisola tra Cala Zafferano e Cala Piombo, l’unica area dove è stato impiegato materiale esplodente. «Il piano di risanamento chiesto dalla Procura – spiega il capitano Alessandro Mura del 5° Reggimento Genio guastatori di Macomer – procede secondo quanto abbiamo concordato in fase preliminare con i tecnici indicati dal procuratore, personale dell’Arpas, dell’Ispra, dei Noe e della Asl. Sono impegnati nelle operazioni di bonifica ottanta uomini e procediamo con lo stesso approccio usato in Afghanistan: una bonifica di 1° grado per i materiali di superficie, una di 2° per la ricerca di eventuali ordigni inesplosi e, infine, i prelievi del terreno per verificare i livelli di sofferenza ambientale. Attualmente sono allo studio le metodologie da impiegare in futuro per le bonifiche in mare».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
