«Lavorare sul linguaggio, lungo i limiti estremi»
Intervista ad Alba Donati, vincitrice nella sezione poesia con la raccolta “Idillio con cagnolino”
VILLACIDRO. E' una donna, Alba Donati, a vincere il premio Dessì 2014 nella sezione poesia. La sua scrittura lieve e magnetica è decisamente femminile. Il suo “Idillio con cagnolino” (Fazi Editore) è la scelta eccellente di una giuria competente e appassionata
Quando e perché ha cominciato a comporre versi?
«Ho cominciato a scrivere tardi, mentre ho cominciato molto presto a leggere poesia e non ho più smesso. Ad un certo punto – avevo già superato i trent'anni – si è accesa una luce, come se avessi improvvisamente assimilato tutti i linguaggi dei poeti che ho amato, ed è nato così il mio».
Pessoa diceva che la vita non basta e che per questo esiste la letteratura. E' d'accordo?
«Nel binomio letteratura-vita sto sempre dalla parte della vita, come Pasolini, come Elsa Morante. Dalla vita passo alla letteratura: questa è la mia formula. Non amo la letteratura che è solo eco di altre letterature, non mi piace il manierismo, mi piace riuscire a portare nella poesia la forza della vita».
Quindi è fondamentale l'esperienza.
«Per me l'esperienza è molto importante. Tu fai esperienza di qualcosa e automaticamente la trasformi in un linguaggio. Non gli amici narratori che dicono “no, la poesia non è il mio linguaggio”. Come se dicessi la narrativa non è il mio linguaggio. Forse nella poesia c'è un lavoro sul linguaggio che qualcuno non riesce a tollerare o a entrarci».
Il rapporto madre figlia, presente in molti dei suoi testi racconti in “Idillio”, parte sempre da piccole cose, da gesti minimi, da una quotidianità che diventa quasi magica.
«Parto da quel piccolo particolare che accade, da una frase detta, per poi fare un discorso più ampio. Questo libro si doveva chiamare “Poesie familiari contro il capitalismo”, uno di quei titoli un po' pesanti che piacciono a me».
E arriviamo alla poesia che s'intitola “Contro il capitalismo”. La ricchezza che elenca la bambina è fatta di fili d'erba..
«Sono partita da una frase sui fili d'erba, su una ricchezza fatta di cose piccole, che ha detto veramente mia figlia quando era piccola. Le sue parole hanno messo in moto una riflessione sull'esistenza, sulla sopravvivenza dei valori che il capitalismo tende a schiacciare, ad appiattire. Vivere dentro questo consumismo sfrenato ci fa perdere il contatto con l'altro. Vengo da un paese di montagna dove c'è ancora l'economia di scambio: mia madre e le sue amiche si portano i pomodori, si scambiano le patate. Mia mamma mi dice: “Oggi l'Adriana mi ha portato i pomodori”: sono gesti di pura umanità. Erano la forza della coesistenza sociale. Se uno andava all'ospedale, a vegliarlo ci andava tutto il paese, non i parenti».
Da dove cominciare a leggere poesia?
«Dai grandi poeti. Anche quelli più cauti sono sempre degli estremisti: vedono sempre più in là di noi».
Cos'è l'estremismo, parola diventata politicamente scorretta?
«Non sottostare alle parole d'ordine del nostro tempo.
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