Toni Servillo: «Dal teatro lezione di libertà e di rigore»
L’attore napoletano ha ricevuto ieri a Villacidro il Premio speciale della giuria «Napoli e la sua grande vitalità e creatività sono alle radici del mio lavoro»
VILLACIDRO. Seduto davanti allo scrittoio di Giuseppe Dessì, nella casa di Villacidro sede della Fondazione, Toni Servillo aspetta d’essere chiamato per ricevere il Premio Speciale della Giuria e intanto dichiara la sua passione per la letteratura sarda, citando, insieme a “Paese d’ombre” di Dessì, “Il giorno del giudizio” di Salvatore Satta e “Un anno sull’altipiano” di Emilio Lussu, riconoscendo ai tre scrittori sardi, oltre al valore letterario, «una straordinaria qualità speculativa, segno di una terra, la Sardegna, ricchissima di nutrimento». Alla presentatrice del premio che gli chiedeva dell’emozione dell'Oscar, Servillo ha risposto che è altrettanto grande l’emozione di ricevere, per la prima volta, un premio letterario: «La casa comune che abitano attori e scrittori – ha detto – è la lingua». Servillo ha ricordato il pellegrinaggio, compiuto due anni fa nei luoghi di Satta e il festival di Jerzu, «dove ho avuto l'onore di cambiarmi d’abito nel museo dedicato a Maria Lai. E poi ho una passione per il canto a cappella con la chitarra, che potrei ascoltare per ore, e conosco bene i film di Salvatore Mereu e di Enrico Pau».
Nelle motivazioni del premio la giuria vede in Servillo «la dimostrazione di come la passione, la volontà, il rigore, combinati con uno straordinario talento, un serio lavoro, una grande bravura, possano condurre un ragazzo di provincia a conquistarsi un nome nel mondo della cultura». Si fa accenno altrove alla sua formazione di autodidatta in un luogo difficile come Napoli. «Una città – dice Servillo – che ha nella sua storia una vocazione alle arti, una capitale europea della cultura e dello spettacolo fin dal Settecento. Crescere a contatto con esperienze importanti di musica, cinema e teatro, tra attori che scrivono e scrittori che recitano in una lingua piena di sottofondi, con una capacità allusiva, ricca di suoni e di melodie ma anche così antica... bisogna saperne approfittare senza cadere nel rischio di diventare autoreferenziali».
La tradizione di Eduardo ma anche l’avanguardia del Novecento hanno nutrito la libertà che Servillo rivendica e che caratterizza il suo lavoro con i Teatri Uniti: qui stanno Leo De Berardinis e Carlo Cecchi, ma anche Pinter e Beckett e certe esperienze del Living Theater, gruppo che ha lavorato ad un rinnovamento radicale dei linguaggi. «Perché se alla parola capocomico – dice Servillo – si toglie la retorica, resta una cura dell’equilibrio degli attori, che è compito di chi li guida».
Dalla frequentazione quotidiana del palcoscenico Servillo dice di aver imparato una lezione di moralità e rigore in un paese che non riconosce alle arti sceniche il giusto prestigio: «Il mestiere della recitazione in questi anni è andato “snobilitandosi”, e questo perché si sono moltiplicate le occasioni di apparizioni televisive che hanno ridotto la recitazione, che è una disciplina rigorosa, alla dimensione dell’occasionalità. Il lavoro sul palcoscenico si prepara e si coltiva con cura e dedizione. Grazie al teatro ho imparato a conoscere i miei limiti, a ridimensionarmi e a rimettermi in discussione sempre; ho imparato la tolleranza e la disposizione all’ascolto come pratica necessaria».
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