1918. La terribile influenza spagnola, prima pandemia moderna

Scoppiato alla fine della Grande guerra, il contagio provocò una strage e terrorizzò il mondo. La catastrofe sanitaria oscurata dalla censura. Proibito suonare le campane a morto

Ancora prima che, nel terribile autunno del 1918, quella strana “influenza” – che con grande dispetto dell’incolpevole penisola iberica fu poi chiamata Spagnola – mostrasse il suo volto feroce, i lettori dei quotidiani italiani entrarono in contatto con la morte di massa attraverso i necrologi. Listati di nero, annunci e resoconti di funerali davano conto della scomparsa «nel rigoglio della giovinezza» e per «un fatale improvviso morbo» di tanti adolescenti e giovani adulti. «Basta vedere le tre colonne dei morti della gente per bene nel "Corriere" – scriveva il 12 ottobre Anna Kuliscioff a Filippo Turati – per persuadersi qual è la mortalità nei quartieri popolari». Venuta meno l'eccitazione, provocata dalla notizia che gli Imperi centrali avevano proposto a Wilson di discutere la “pace dei 14 punti”, la gente cominciò a rendersi conto che ci si trovava di fronte ad un male devastante e feroce, di cui non si aveva memoria per il più recente passato.

Panico mondiale. La malattia che stava cominciando a terrorizzare il mondo insorgeva all’improvviso con febbre altissima (39°- 40°), fastidi alla gola, mal di testa, dolori diffusi agli arti, talora epistassi e nausee. Una malattia strana e terribile, che si presentava nelle più diverse forme, compresa quella dell'infezione pneumonica fulminante. In una società che cominciava a pregustare la fine delle privazioni imposte dal conflitto, si abbatté una selva di avvertenze, ordini e divieti che militarizzavano la società e trasformavano anche il fronte interno in un fronte di guerra: ridotti o eliminati gli spettacoli al cinema e in teatro.

Il coprifuoco. Proibite le visite agli ammalati, sconsigliati i viaggi in treno, sospese le fiere e i mercati. La sera, dopo l'anticipata chiusura di ristoranti e teatri, le strade e le piazze delle città precipitavano nel buio. Le comunicazioni di sindaci e prefetti testimoniavano del fatto che ci si trovava di fronte a qualcosa di spaventoso e di sconvolgente, a qualcosa «peggio della guerra». Con decine e decine di morti, registrate ogni giorno nelle città, era proibito suonare le campane a morto che abbattevano lo spirito pubblico. Vietati i cortei funebri e l'accompagnamento del Viatico. Nelle città le bare venivano trasportate su autocarri. Ma nei piccoli centri non si trovavano neppure casse da morto, data la penuria di legname. Molti recuperavano alla meglio assi di legno, distruggendo mobili e porte. Mancavano medici e infermieri, medicine e generi alimentari, personale per le tumulazioni.

Catastrofe sanitaria. Oscurata dalla censura, la catastrofe sanitaria stava completando l'opera dei sofisticati strumenti bellici introdotti in quella guerra, tra cui c'erano i gas tossici, la nuova arma sperimentata dai tedeschi.Censurata, mediata dai criteri di selezione delle autorità, la registrazione nei giornali e nei documenti ufficiali, lascia in ombra lo sconvolgimento del vissuto, le angosce, gli stati d'animo, le reazioni che la Spagnola provocò tra le popolazioni civili . Per averne un'idea basta scorrere le lettere sequestrate e conservate in un fondo archivistico dell'Archivio Centrale dello Stato, “Reparto censura posta estera”. I passi censurati nelle lettere sequestrate, scritte da italiani a congiunti residenti all’estero, disegnano scenari apocalittici e riportano al dramma collettivo vissuto in silenzio durante la Spagnola. Comune è la convinzione che si fosse di fronte ad un “finimondo”, ad una catastrofe senza precedenti: «Qui c'è una malattia chiamata febbre spagnola che si sta portando una buona quantità di carne umana al Camposanto. A Napoli ne muoiono trecento al giorno… Ma ti dico la verità, che è una cosa mai vista in questo mondo, sembra la fine del mondo, si è unita la guerra e la malattia e si è fatta una buona manzata».

Fine del mondo. E, ancora, in altre lettere: «Incominciano alle sette del mattino e finiscono alle nove di sera per trasportare i morti al cimitero. A Cervinara nove o dieci al giorno ne muoiono, nelle città oltrepassano centocinquanta al giorno»; «Ora ci opprime il pensiero di nuovi mali che si sono sviluppati»; «Quest’anno è stato un vero guaio. La febbre spagnola ha decimato le popolazioni del mondo intero. Né ancora è finita la strage. Si parla del “bacio americano” e del vaiolo nero. Dio ci guardi»; «Noi si sta all'erta più che si può, la bocca e il naso con acqua disinfettante, e vaselina per il naso appositamente preparata, perché sono bacilli che si respirano nell'aria, dalla bocca oppure dal naso, che Dio ci salvi». «Non più preti, non più croci, non più campane» – scrive, desolata, al genero una donna di Troia (Foggia).

Funerali senza preti. E niente appariva più raccapricciante dei funerali, privi delle cerimonie degli addii, senza croci, senza fiori, senza preti e senza gente, in cui i morti erano trasportati «come sacchi di seppie» e seppelliti «come cani». Per tanti la Spagnola sembrava annunciare il tempo della fine: «Nel paese c’è una malattia che fa paura, ce ne muore di giovani sul fior della vita. Ce n’è tanti ammalati che fa paura, ce ne muore un’infinità, si sente sempre suonare da morto, pare proprio un castigo, una carestia, un tempo da studiare e meditare».

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