Il buco dei danni erariali, in Sardegna il 95 per cento non viene riscosso

La Corte dei conti ha emesso condanne per 35,5 milioni ma ne sono rientrati 1,7. L’isola è tra le Regioni che recuperano meno dopo Abruzzo, Molise e Marche

SASSARI. Può essere diretto o indiretto ma in Sardegna si dovrebbe aggiungere un’altra categoria – questa volta senza alternative – per definire il danno erariale: insoluto. Il motivo è il più semplice possibile perché quando si tratta di riparare un danno alla pubblica amministrazione crolla anche l’adagio popolare più conosciuto: chi sbaglia, infatti, non paga. E i cocci sono di tutti.

I mancati pagamenti. La radiografia del danno erariale nell’isola arriva dalla relazione della Procura generale della Repubblica presentata in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario, e ripresa dal Sole 24 ore. Un elenco di dati che descrive un gigantesco buco nero generato dal mancato pagamento dei danni erariali certificati dalla Corte dei conti e tradotti in condanne pronunciate tra il 2013 e il 2017. La somma dei risarcimenti a carico degli amministratori e dei dipendenti pubblici è di 35 milioni e mezzo di euro. Il totale dei crediti effettivamente riscossi dalla Pubblica amministrazione è di appena 1,7 milioni. In sostanza, in Sardegna il 95,2 per cento delle riscossioni è passato in cavalleria. Un risultato imbarazzante che posizione l’isola al quarto posto della graduatori nazionale dei cattivi riscossori, preceduta solo da un terzetto di regioni addirittura peggiori: l’Abruzzo e il Molise con il 99,6 per cento dei danni erariali certificati ma non riscossi e le Marche, che raggiungono il 96,2 per cento. Anche la media nazionale, per quanto fotografi una situazione sostanzialmente fuori controllo, è parecchio inferiore a quella sarda. In tutta Italia sono stati decretati danni erariali per più di un miliardo e mezzo di euro ma ne sono stati effettivamente riscossi solo l’83,9 per cento.


Il corto circuito. L’impegno dei controllori, dunque, si conclude in una bolla di sapone. Quasi tutte le questioni legate alla cattiva amministrazione, agli illeciti commessi dai politici e dai dipendenti, e magari rilevati dalla controparte politica che si preoccupa di segnalare i soldi persi in un modo o nell’altro dalla pubblica amministrazione finisce in un gigantesco nulla di fatto, perlomeno per quanto riguarda il 95 per cento dei casi. Nonostante tutto, gli esposti vengono comunque inviati alla Corte dei conti che si occupa di verificare la segnalazione e, qualora dovesse riscontrare irregolarità, di condannare i colpevoli. L’ingranaggio fuori asse che manda a monte l’intero sistema è nascosto altrove. L’ente incaricato di riscuotere il credito, infatti, è lo stesso che è stato danneggiato. Ad esempio, se un funzionario o un amministratore di un Comune dovesse provocare un danno erariale alla casse dell’ente che rappresenta, sarebbe un collega, definito “responsabile del procedimento”, a gestire le pratiche della riscossione. E quando il controllore coincide con il controllato si corre il rischio che le priorità, come possono essere quelle legate al recupero dei crediti, possano essere declassate a pratiche comuni da sbrigare quando possibile. Che poi è esattamente quello che viene fuori dai numeri rilevati dalla Procura generale. Ad aggravare una situazione già gravissima c’è anche la continua ricerca di liquidità con cui sistemare i bilanci degli enti locali. Un bisogno che misteriosamente viene meno quando si tratta di mettere in cassa quello che era stato tolto illegalmente.

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