Coronavirus, il contagio è un infortunio: le aziende rischiano il ko
Nel Cura Italia la positività apre la strada a denunce e risarcimento danni. Tilocca, Ance: «È una spada di Damocle, le attività andranno sul lastrico»
SASSARI. Continuano a lavorare perché il governo considera la loro attività essenziale, ma non sono tutelate di fronte alla pandemia del coronavirus. Sono le aziende in campo in queste settimane difficili di emergenza: dalle fabbriche ai cantieri edili ai supermercati. L’elenco è lungo, così come nutrito è il numero dei dipendenti che ogni giorno prestano servizio. Nel caso uno di questi lavoratori dovesse risultare positivo al Covid 19, il contagio sarebbe inquadrato come infortunio sul lavoro, con una serie di conseguenze a catena e molto gravi per l’azienda. Lo dice l’articolo 42 del decreto Cura Italia, che recita così: “Nei casi accertati di infezione da coronavirus in occasione di lavoro, il medico certificatore redige il consueto certificato di infortunio e lo invia telematicamente all’Inail che assicura, ai sensi delle vigenti disposizioni, la relativa tutela dell’infortunato”.
«È una assurdità – denuncia Pierpaolo Tilocca, presidente regionale dell’Ance, associazione costruttori edili – perché rappresenta una spada di Damocle per le attività che così come il governo ha chiesto, stanno continuando a garantire le proprie prestazioni e ad assicurare servizi considerati essenziali per la comunità in questo momento così drammatico». Tilocca, che non esclude imminenti fermate dei cantieri nel caso l’articolo del Cura Italia non sia rivisto a breve, spiega i possibili scenari della sua applicazione: «Mettiamo che un operaio risulti positivo al tampone. La classificazione come infortunio dà la possibilità a lui e ai suoi familiari di denunciare il datore di lavoro. Se l’operaio muore l’ipotesi di reato diventa omicidio colposo. Di fatto, si apre un’inchiesta per accertare eventuali inadempienze in materia di sicurezza da parte dell’azienda. L’apertura del fascicolo ha una conseguenza immediata – spiega Tilocca – le attività che hanno rapporti con la pubblica amministrazione finiscono in una sorta di lista nera, con, in caso di richiesta di rinvio a giudizio, perdita di tutti i requisiti e confisca beni per risarcire i danni. Una morte certa e immediata per le aziende». Un esempio pratico per capire meglio: l’operaio al mattino va al lavoro, la temperatura è sotto i 37,5 gradi, lui indossa i dispositivi di protezione che la stessa azienda gli ha fornito «perché lo Stato – dice Tilocca – non è in grado di garantirli a tutti, neppure ai medici e agli infermieri come raccontano le cronache di queste settimane».
Lo stesso operaio a mezzogiorno si sente male, la temperatura sopra i 37,5 gradi fa scattare il campanello d’allarme e viene disposto il tampone. L’esito è positivo: l’operaio inizia il suo percorso di cure. «Quello secondo l’articolo 42 è un infortunio in azienda, non un contagio che può avvenire in molte circostanze considerato che ci troviamo di fronte a una pandemia. L’azienda ha rispettato la sicurezza, ma come possiamo sapere che cosa ha fatto e come si è tutelato dai rischi l’operaio quando non era al lavoro?». L’operaio in questione potrebbe essere impiegato in un cantiere, in un supermercato, in una qualunque attività rimasta aperta in queste settimane. «Chi sta continuando a lavorare mostra un enorme senso del dovere – conclude il presidente dell’Ance – il Governo non può ripagarci in questo modo con una disposizione assurda e profondamente ingiusta. Noi dobbiamo tutelarci, per questo se le cose non cambieranno siamo pronti a fare scattare la serrata».
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