La Nuova Sardegna

I balneari preoccupati ma pronti a ripartire

di Alessandro Pirina
I balneari preoccupati ma pronti a ripartire

Bertolotti, Sib: «Sarà un turismo locale e povero, ma affronteremo la stagione» Critiche alla Regione: «Chiude le spiagge ma a essere insicuri sono gli ospedali»

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SASSARI. Da sempre il weekend di Pasqua segna l’inizio dell’estate: apertura di chioschi e locali sulle spiagge, primi turisti e - meteo permettendo - primi bagni di stagione. Il coronavirus ha cancellato questo rito. Quelle che sembravano delle nubi nere sulla stagione sono diventate uno tsunami. Il destino del turismo balneare sembra segnato e anche le rassicurazioni della sottosegretaria Lorenza Bonaccorsi - «questa estate andremo al mare» - appaiono poco rassicuranti. Per non parlare poi di quei gabbiotti in plexiglass escogitati per mantenere le distanze di sicurezza in spiaggia. «Idiozie che non voglio nemmeno commentare», le liquida Alberto Bertolotti, presidente di Confcommercio Sud Sardegna e vice nazionale del Sib, sindacato dei balneari.

Bertolotti, che estate sarà?

«La preoccupazione delle attività economiche è fortissima ma è ancora più forte quella per la situazione sanitaria del Paese. In particolare quella sarda, ancora più preoccupante, perché rispetto al resto d’Italia i focolai sono nelle strutture sanitarie. Pertanto, le categorie economiche si comporteranno in base alle scelte del governo e delle autorità sanitarie. Oggi, dunque, è assolutamente prematuro fare una previsione a riguardo».

Come si sta muovendo la Regione?

«Ci sono regioni molto più colpite della nostra, come Veneto, Liguria, Abruzzo, e a breve la Toscana, che hanno adottato misure a maglie più larghe rispetto alla possibilità che alcune categorie produttive riprendano la loro attività in assoluta sicurezza. E tra queste anche la manutenzione degli stabilimenti balneari».

In Sardegna invece la Regione ha chiuso le spiagge.

«Ci lascia abbastanza sorpresi questa durezza del governo regionale rispetto alle direttive del Dpcm. Rispetto a territori molti più colpiti del nostro, dove invece si sta iniziando a discutere di aprire compendi industriali in cui è ben diversa la difficoltà di garantire le distanze. In Lombardia e Veneto, cuore produttivo dell’Europa, le rappresentanze datoriali si stanno scatenando per chiedere la riapertura delle fabbriche, laddove centinaia di individui devono convergere verso un unico sistema produttivo. Le microimprese che fondano l’ossatura della nostra economia regionale invece raramente vanno oltre il titolare d’azienda. E ciononostante qui si continuano a tenere misure più prudenti. Eppure in Sardegna il contagio non è di certo dovuto a una consuetudine sociale, a una vicinanza, bensì all’insicurezza dei presidi sanitari pubblici. Sinceramente non si capisce la ratio che ha condotto la giunta a dettare regole ulteriormente restrittive rispetto al decreto governativo. Nelle librerie e nelle cartolerie ci sarebbe stato a malapena il titolare ad alzare la serranda».

Per le spiagge si parla di turni, ingressi contingentati.

«Il comparto produttivo sardo è talmente flessibile che qualunque necessità presentata dalla emergenza sanitaria la si metterà in pratica. Non solo sarà possibile ma dovrà essere necessario - qualora le norme lo consentano - onde non perdere quel briciolo di competitività che dobbiamo mantenere. Dobbiamo presidiare le nostre aziende, anche perché il mercato sarà solo interno, fondamentalmente sardo. L’aereo sarà percepito rischioso anche per brevi tratte. E poi ci saranno anche pochi soldi da spendere. Sarà un mercato locale e molto povero».

Nel settore c’è molta preoccupazione.

«Il momento è gravissimo. Le nostre aziende sono fortemente sottocapitalizzate. La nostra esistenza è data solo dal flusso di cassa e da questo punto di vista la risposta dei decreti governativi è stata debole e carente. Non si può chiedere un sovraccarico di indebitamento alle sole imprese, è un pensiero scellerato. Anche perché non vi è alcun automatismo rispetto ai proclami del governo. I tassi non sono pari a zero e le garanzie non sono automatiche. Le banche hanno l’obbligo di fare le istruttorie perché poi devono risponderne. I denari sono delle banche, mica del governo».

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