Il racconto di un militare sardo: «Ho portato sul camion le vittime di Bergamo»

La testimonianza del caporalmaggiore di Aglientu che portò le salme alla cremazione. «Quelle persone fanno parte del mio cuore, vorrei conoscere i loro parenti»

SASSARI. «Guidi il camion, in una giornata qualunque e il pensiero ti porta oltre la tua quotidianità. Scambi due chiacchiere con il collega che sta alla parte opposta della cabina, ma quando per forza di cose – per un istante – il silenzio rompe la tua routine, ecco che guardi loro. Realizzi che dentro quel camion non siamo in due, ma in sette, cinque dei quali affrontano il loro ultimo viaggio». Tomaso Chessa, 42 anni di Aglientu (in provincia di Sassari), caporalmaggiore capo scelto in servizio al Reggimento di supporto tattico e logistico al (HQ) Nrdc-Ita di Solbiate Olona (Varese), è uno dei militari che ha guidato i camion, la lunga processione di mezzi militari che da Bergamo hanno trasportato le bare delle vittime del coronavirus fuori dalla città, destinate alla cremazione.

Da 22 anni nell’Esercito, tante esperienze, un grande cuore e lo spirito di solidarietà e del rispetto che l’hanno sempre accompagnato. Il suo pensiero l’ha affidato ai social, in un momento di passaggio dalla Fase 1 alla 2, quando forse tutti hanno pensato – sbagliando – che l’incubo fosse finito. Delicatezza e umanità. «Sì, li ho accompagnati nel loro ultimo viaggio – racconta Tomaso Chessa – e in quegli attimi ti rendi conto di essere la persona sbagliata. Immagini che qualcuno doveva essere al posto tuo ma purtroppo non può, tocca a te… Ed è lì che ti senti addosso quella grande responsabilità. Difficile da rappresentare: è un qualcosa che ti preme dentro fin nel profondo. Soffri anche quando ogni buca, ogni avvallamento sembra una mancanza di rispetto nei loro confronti».


La testimonianza del caporalmaggiore sardo ha fatto il giro di tante case, ha raggiunto e toccato il cuore dei familiari delle vittime. Anche i vertici dell’Esercito sono rimasti colpiti dal messaggio del militare che ha espresso con tanta semplicità il dolore e la commozione di chi è stato chiamato a trasportare quel carico umano. «Poi arrivi lì alla fine del tuo viaggio, dove ti ritrovi ad abbandonare “il tuo carico” che oramai fa parte di te. Ed è come se ti togliessero una parte di cuore: è allora che cerchi di capire l'identità del tuo compagno di viaggio, una cosa difficilissima. Delle otto persone che ho accompagnato, l'unico che sono riuscito a identificare è il signor Guerra, classe 1938. Pagherei per conoscere i parenti delle 8 persone e potergli dire che, nonostante il contesto, non avrebbero potuto fare un viaggio migliore», dice Tomaso Chessa.

E conclude. «La cosa che mi dispiace di più è che tanti continuano a non rendersi conto che tutto questo non è uno scherzo. La gente muore e chi non muore soffre. Facile dire: “qua non siamo a Bergamo”. Bene, abbiate la coscienza e il buon senso di tutelare i nostri cari che hanno la fortuna di vivere in posti più sicuri, ma non dimenticate che sbagliare è un attimo. Spero un giorno di poter conoscere i cari dei miei compagni del loro ultimo viaggio. Ma se così non fosse sappiano che io c’ho messo l’anima!».

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