Beppe Pisanu: «Andiamo oltre le Regioni. Basta chiusure, il vero orizzonte è quello europeo»

L'ex ministro Beppe Pisanu

L’ex ministro dell’Interno si schiera contro le degenerazioni localistiche: «La guerra delle ordinanze durante il Covid ha svelato modalità non più al passo con i tempi Il futuro è negli Stati Uniti d’Europa». L'intervista pubblicata su Diogene, il nuovo inserto culturale in edicola la domenica con La Nuova Sardegna

La pandemia ha in qualche modo messo in crisi l’unità d’Italia. Gli scontri, anche duri, tra il governo e i governatori vari hanno riacceso vecchi campanilismi che sembravano ormai sopiti. Una lotta tra guelfi e ghibellini del nuovo millennio che ha fatto scricchiolare quel principio di solidarietà economica, politica e sociale su cui si fonda il regionalismo in Italia. Così avevano voluto i Padri costituenti. Ma, si dirà ora, un’altra epoca.

Oggi i presidenti di Regione, ribattezzati governatori, si comportano da piccoli capi di Stato, spesso in contrasto con lo Stato vero. L’emergenza Covid è stata appunto il loro grande palcoscenico: ogni giorno in tv o sul web a dare i numeri della pandemia e a illustrare ordinanze su ordinanze che in più di una occasione erano in contrasto con quanto deciso dal governo. Per loro una grandissima visibilità. I successi elettorali di Zaia, De Luca, Emiliano, Toti sono figli di quella esposizione mediatica che ha trasformato i governatori in una sorta di influencer capaci di abbattere le bandiere politiche. I casi di Veneto e Campania sono sotto gli occhi di tutti.

Ma questo interventismo dei governatori, spesso in chiave anti-governativa, è visto come un passo indietro da chi come l’ex ministro Beppe Pisanu nelle regioni ci ha creduto, ma che di fronte a questo scenario non può che dichiararsi un regionalista deluso. «Sembra che la popolarità dei governatori cresca con il crescere della loro dissidenza verso lo Stato e i poteri centrali. È un dato su cui riflettere anche alla luce delle recenti elezioni – sottolinea –. Mentre con il dilagare della pandemia Ursula von der Leyen propone il progetto di una sanità europea e l’Organizzazione mondiale della sanità invoca rimedi universalmente condivisi, i nostri governatori procedono in ordine sparso o contestando l’autorità sanitaria nazionale o minacciando la chiusura di confini regionali che non esistono. È un miracolo che il ministro della Sanità, Roberto Speranza, sia in qualche modo riuscito a ricomporre le file».

Pisanu, senza citarla, fa riferimento anche alla Sardegna, alla guerra estiva tra il governatore Solinas e il ministro Boccia, alle ordinanze che provavano a scardinare principi costituzionali inviolabili. segue dalla copertina Il tutto fatto in nome dell’emergenza Covid. «Ma il Covid è l’esempio crudele di una realtà politica che si dilata continuamente e reclama interventi di sempre più ampio respiro – spiega l’ex ministro –. Penso all’ambiente, alle migrazioni, alla circolazione selvaggia dei capitali, alla accumulazione arbitraria dei dati e al loro uso privatistico. E penso in particolare alla crescita esponenziale delle diseguaglianze che, secondo la ricca documentazione di Thomas Piketty, sta portando ingiustizia sociale oltre ogni ragionevole limite in ogni angolo del pianeta. Nessuno di questi problemi può essere affrontato efficacemente senza decisioni e strumenti di larga portata internazionale. E allora che senso ha ripiegare sul “prima gli italiani”, e poi sul prima i veneti o i campani, o i sardi, e così via via frantumando fino al “prima io”? Che senso hanno gli egoismi, i nazionalismi, i regionalismi, i localismi mentre sale dalla realtà mondiale una possente domanda di eguaglianza e solidarietà?».

Le parole di Pisanu sono una bocciatura senza appello delle politiche sovraniste che in questo momento hanno in Italia il principale rappresentante in Matteo Salvini. «Ce l’ho con tutti coloro che non avendo la capacità e il coraggio delle grandi sfide del tempo presente semplificano brutalmente una realtà quanto mai complessa e la riducono alla misura di soluzioni sorpassate, umorali e di facile presa elettorale. A domande nuove, insomma, danno risposte vecchie e ne menano vanto».

L’ex ministro, europeista convinto, stronca il sovranismo nazionale professato dai vari Trump, Orban e Salvini. «Vede, gli stati nazionali sono invenzioni europee del XVIII e XIV secolo che certamente hanno fatto progredire il XX, e lo hanno anche insanguinato con due guerre mondiali – spiega –. Ora però vacillano sotto la spinta di un processo storico che li sovrasta, privilegiando le grandi dimensioni. Certo, non spariranno dall’oggi al domani, ma quelli che resteranno - penso all’Inghilterra della Brexit - potranno sopravvivere soltanto come colonie politiche di una potenza globale. È per questa consapevolezza che la Germania di Angela Merkel sostiene prima la difesa dell’euro whatever it takes (costi quel che costi, citazione di Mario Draghi quando era alla presidenza della Bce, ndr) e poi rilancia decisamente con il Recovery fund, avendo di mira l’integrazione economica e politica dell’euro e al tempo stesso gli Stati Uniti d’Europa. Negli assetti mondiali che si stanno delineando anche la grande Germania sarebbe da sola una cosa minore. Sarebbe soltanto uno Stato nazionale».

L’ex titolare del Viminale continua ad auspicare la nascita degli Stati Uniti d’Europa, un traguardo che di fronte al rigorismo dei paesi nordici e alla diffidenza del Gruppo di Visegrad appare però come un’utopia. «Semmai un’utopia per realisti – precisa Pisanu –. Basterebbe un solo sistema fiscale, un solo strumento militare e una sola linea di politica estera per fare dell’Unione europea di oggi una grandissima ineludibile potenza mondiale. Le sembrano cose irrealizzabili? Io non credo, anche perché l’alternativa agli Stati Uniti d’Europa sarebbe il definitivo ripiegamento sullo stato nazionale, un’autocondanna alla subalternità. Come direbbe Zygmunt Bauman, sarebbe la scelta della retrotopia, cioè l’inversione della rotta della storia, la fuga dal futuro e la consegna al passato delle nostre speranze».

Nessuno spazio, dunque, agli stati nazionali e ancora meno alle regioni. «Dico solo che non hanno molto futuro a disposizione – ribadisce –, ma resto con i piedi per terra e aggiungo che lo Stato, le regioni e le autonomie locali debbono rimettersi in sintonia e procedere unitariamente verso l’integrazione europea. Mi spiego meglio, dopo la cosiddetta “devolution” e l’infelice riforma del Titolo V della Costituzione ci siamo ritrovati cinque strutture paritarie - Comuni, Province, Città metropolitane, Regioni e Stato -, non esattamente differenziate e spesso in contrasto tra loro, specialmente quando si tratta di prendere decisioni che coinvolgono competenze comuni. E allora chentu concas chentu berrittas e le decisioni si bloccano a danno esclusivamente del bene comune». Pisanu è sempre stato a favore delle autonomie ma da ministro - nel governo Berlusconi - si è battuto contro la devolution della Lega. «Ricordo litigate furibonde con Umberto Bossi. Proprio sul Titolo V e in particolare sul tentativo di creare le polizie locali - li chiamavano i rangers - e sbriciolare così il sistema della sicurezza nazionale».

Per Pisanu il regionalismo era tutt’altra cosa. Per spiegarlo cita un ricordo sassarese del 1985. «Mario Melis che porge a Cossiga la bandiera dei Quattro mori e Francesco che la annoda a un tricolore più grande e la sventola insieme dal balcone di Palazzo Ducale. È la rappresentazione plastica del pensiero di Don Sturzo, padre nobile del regionalismo italiano. La “regione nella nazione”, non contro la nazione e neppure a prescindere da essa. Voglio dire, in parole povere, che le regioni sono state concepite per migliorare il funzionamento dello Stato nazionale e per consolidare le sue basi democratiche. Molti si chiedono se siano riuscite nella impresa o se invece non lo abbiamo appesantito burocratizzato e rallentato».

Lui un’idea se l’è fatta. «Io penso che le cose siano peggiorate soprattutto dopo l’introduzione delle regioni a Statuto ordinario. Un economista molto serio, Giuseppe Schlitzer, ci ha dimostrato che c’è una stretta relazione tra gli ultimi venti anni di decentramento politico amministrativo e la caduta di produttività del sistema Italia. E in effetti la sovrapposizione delle competenze e dei poteri in materia economiche, ambientali e di organizzazione territoriale ha complicato il quadro giuridico di riferimento per le imprese, ha facilitato la corruzione e ritardato lo sviluppo delle infrastrutture. Ora – aggiunge – ci mancano solo le autonomie differenziate tanto care ai governatori del nord. Se arrivassero si amplierebbero il divario tra nord e sud e le diseguaglianze sociali fino a compromettere la tenuta di diritti fondamentali come quello alla istruzione e alla salute. Mi spiace il silenzio delle regioni meridionali sul tema».

Quanto alla Sardegna Pisanu sostiene che «come le altre Regioni a statuto speciale meriterebbe un discorso a parte. Comunque, se è vero che le cause della povertà e delle prosperità dei popoli risiedono in larga misura nelle loro istituzioni politiche ed economiche è giunta l’ora, dopo oltre 70 anni di Autonomia, di interrogarci criticamente sull’esperienza compiuta e trarne indicazioni per il futuro».

Domanda a cui l’ex ministro ha trovato la risposta. «Penso che la nostra regione debba andare più a Roma e a Bruxelles, che debba sintonizzare le sue idee e i suoi progetti con quanto sta maturando da quelle parti, senza concedere più nulla al regionalismo chiuso e al rivendicazionismo generico. È lì che si trovano le risorse delle quali abbiamo bisogno per superare le prove tremende del Covid e delle sue conseguenze economiche. Fra pochi mesi avremo medicine nuove e vaccini, il virus sarà sconfitto, ma rimarrà come un punto di svolta nella storia e si farà sentire ancora a lungo in seno all’economia, alla società e alle istituzioni. E allora non basterà il balletto delle ordinanze, ma serviranno idee, progetti, azioni concrete all’altezza dei tempi. Tocca alla politica leggere bene il presente, prefigurare il futuro e governarlo. La vera politica dunque si svegli, a cominciare dalla porta di casa».

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