La crisi colpisce soprattutto i giovani: ne uscirà prima chi studia di più

Il rapporto dell'Osservatorio Aspal analizza gli effetti della pandemia sul mercato del lavoro nel secondo trimestre 2020. I Big Data possono aiutare i disoccupati: tra gli obiettivi  dell'Agenzia regionale una nuova metodologia che renda più facile il “matching” tra domanda e offerta

Preparare l'esame di maturità e nel frattempo fare scelte decisive. «Che cosa studierò dopo? E dove? O è meglio se cerco subito un lavoro?» Un bello stress per i ragazzi dell'ultimo anno delle superiori, stretti fra il richiamo impetuoso delle proprie passioni e vocazioni, la razionalità dei programmi di orientamento, i consigli dati con le migliori intenzioni da familiari e amici. Sicuramente gli studenti che partecipano al progetto Lanuova@Scuola seguono con diligenza le notizie sul mercato del lavoro: i dati dell'occupazione giovanile, i titoli di studio più promettenti, le professioni più competitive. Ma pochi sanno da dove arrivano queste informazioni, chi le raccoglie e le interpreta, quali competenze servono per analizzarle.

Lanuova@Scuola ne parla con Enrico Orrù, responsabile dell'Osservatorio Mercato Lavoro dell'Aspal che di recente ha pubblicato un rapporto sul secondo trimestre 2020, il periodo in cui il coronavirus ha manifestato i suoi effetti debilitanti sull'economia sarda. «Abbiamo rilevato da subito - spiega Orrù - che l'impatto della crisi è differenziato in base alle caratteristiche delle persone. Tra i più colpiti ci sono sicuramente i giovani. Se andiamo a vedere le mancate assunzioni rispetto allo stesso periodo del 2019 (un anno "normale", anzi relativamente buono per il mercato del lavoro), notiamo che l'impatto sulle classi giovanili (15/24 anni) è molto più forte che sulle età avanzate. Potevamo aspettarcelo: quando ci sono le crisi le prime fasce della popolazione colpite sono quelle "deboli". I giovani. E le donne, per le quali è peggiorata ulteriormente una situazione che era già di svantaggio sul mercato del lavoro». Come vedremo più avanti, però, avere un titolo di studio elevato può controbilanciare queste "debolezze" strutturali.

Il rapporto dell'Osservatorio è il primo numero di una nuova pubblicazione trimestrale dell'Aspal, erede della storica rivista Congiuntura Lavoro. «Comincia una nuova fase che potremmo definire dell'analisi e della comprensione dei fenomeni che stiamo attraversando», scrive nell'introduzione Massimo Temussi, direttore generale dell'Agenzia regionale politiche attive lavoro. Analisi e comprensione che richiedono competenze raffinate. Enrico Orrù, autore dell'analisi trimestrale, ha un curriculum importante.

Laurea in scienze politiche a Cagliari, master a Trento in gestione del turismo, dottorato alla London School of Economics, il 46enne Orrù, originario di Guspini, nella sua carriera ha collaborato anche con Eurofound, agenzia dell’Ue per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro. Con lui all’Osservatorio c’è Carlo Pisu, laureato in sociologia a Pisa, master in sviluppo delle risorse umane, una lunga esperienza nella cooperazione sociale. Numerose anche le opportunità di collaborazione con altri colleghi dell’Aspal.

Quali sono i compiti dell’Osservatorio? «Forniamo statistiche e facciamo analisi sui dati relativi al mercato del lavoro e alle politiche dell’assessorato regionale e dell’Aspal – risponde Orrù –. Un buon quadro conoscitivo è una base molto importante per costruire politiche più efficaci. Inoltre stiamo lavorando a una metodologia per migliorare il matching tra domanda e offerta di lavoro. Ci basiamo principalmente sulle nostre basi dati del Sil Sardegna, estremamente ricche e complesse».

Big Data, anche in una regione piccola come la Sardegna: «Ci sono diversi database che confluiscono nel Sil. Il principale è quello delle comunicazioni obbligatorie: dal 2008, per legge, il datore di lavoro deve comunicare le nuove assunzioni, le cessazioni e le trasformazioni dei rapporti di lavoro dipendente. Questo ci dà un polso molto preciso dell’andamento del mercato. Altra base dati è la Sap: quando un cittadino si rivolge a un centro per l’impiego viene compilata la “scheda anagrafica professionale” (sap, appunto) con le sue caratteristiche. Questo aiuta a fornirgli un’assistenza mirata per aiutarlo a entrare nel mercato del lavoro, o a rientrare qualora sia stato licenziato. Abbiamo accordi di collaborazione per lo scambio dati anche con soggetti esterni. Per esempio l’Inps ci consente di accedere ai dati dei “percettori”: sappiamo chi riceve benefìci e sussidi da parte dello Stato. Tutte queste informazioni vengono usate dai Cpi, dall’assessorato e dall’Aspal per migliorare il servizio agli utenti e per analizzare e descrivere il mercato del lavoro».

L’Osservatorio ha potenziato l’analisi quando la pandemia ha cominciato a stravolgere l’economia: «Una situazione eccezionale che meritava un’attenzione molto forte – dice Enrico Orrù –. Abbiamo fatto report settimanali e pubblicato di recente i dati del periodo aprile-giugno 2020, il primo trimestre in cui si vede veramente l’impatto del coronavirus. Il rapporto unisce i dati del Sil e dell’Istat».

Si è già detto che i giovani sono tra i più colpiti dall’impatto del Covid-19 sull’economia. Si possono fare valutazioni specifiche in base al titolo di studio? E si sa se è aumentato il numero dei cosiddetti Neet, i giovani che non studiano, non si formano e non cercano un impiego? «Non abbiamo informazioni, per ora, sulle conseguenze della crisi in base al titolo di studio. In generale possiamo ribadire il discorso che abbiamo fatto prima: i più deboli sono quelli che vengono colpiti più duramente. Chi ha un titolo di studio elevato ha maggiori possibilità di uscire indenne dalla crisi. Anche per poter valutare l’impatto sui Neet dovremo aspettare il dato Istat del 2020, che verrà pubblicato l’anno prossimo».

La pandemia ha avuto ripercussioni drammatiche su chi aspettava l’estate per poter lavorare almeno qualche mese. Enrico Orrù ricorda che «nelle precedenti due stagioni il turismo nell’isola era cresciuto molto, anche per fattori geopolitici che hanno spostato i flussi verso la Sardegna, considerata una meta sicura. Poi arriva la pandemia e l’isola in pochissimo tempo si ritrova a essere chiusa completamente. Nel mese di aprile, quando in genere le imprese cominciano ad assumere per l’estate, le assunzioni diminuiscono dell’80%. Calano un po’ meno a giugno, poi c’è un forte recupero in luglio e agosto, quando la gente ricomincia a circolare. Si concretizzano, in parte, le assunzioni rimandate in precedenza, ma i volumi complessivi non sono comparabili al 2019».

Infine, l’altra grande questione che l’assessorato regionale e l’Aspal affrontano quotidianamente e l’Osservatorio analizza: «In Sardegna esistono due grossi problemi nel mercato del lavoro – dice Enrico Orrù –. Il primo: la mancanza di un’economia florida. Il secondo: il disallineamento tra le competenze richieste dalle imprese e quelle disponibili sul mercato. E non solo tra le competenze, ma anche tra le esigenze delle imprese e le aspettative di chi cerca lavoro. È il tema del matching e del mismatching: lo conosco bene perché ci ho fatto la tesi di dottorato. A volte possono esserci lavori per i quali non ci sono persone disponibili ad accettarli. Mi sarei aspettato che, come le altre classi deboli, anche gli immigrati avrebbero patito maggiormente l’impatto della crisi. In realtà hanno sofferto un po’ meno degli italiani, non perché siano più forti sul mercato del lavoro, ma perché lavorano in settori dove la pandemia ha avuto un impatto inferiore, come l’agricoltura. Abbiamo continuato a mangiare frutta e verdura e tutto sommato quel settore si è salvato».

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