Danneggiati 50 negozi e quasi 500 abitazioni

Si spala via il fango e si cominciano a verificare le conseguenze strutturali La funzionaria dell’Anagrafe in lacrime: rischiamo di perdere la nostra storia

INVIATA A BITTI. Quattrocento, forse cinquecento. È il numero delle case di Bitti investite dal fiume di acqua, fango e detriti, sabato scorso, quando tra le 8.30 e le 10.30 del mattino si è vissuta l’Apocalisse. Che ha travolto il paese, lasciando un fardello pesantissimo. Tre vittime, Giuseppe Mannu di 55 anni, Lia Orunesu di 89 e Giuseppe Pippineddu Carzddda di 90. E poi, la distruzione.

«Stiamo ancora facendo i controlli, non tutte le case, tra quelle colpite, sono inagibili. Sono in corso le verifiche statiche da parte dei Vigili del fuoco, non sappiamo ancora quali di queste case hanno subìto danni strutturali» dice il sindaco Giuseppe Ciccolini. Il primo cittadino da sabato scorso si è trasferito armi e bagagli al Centro operativo comunale, allestito al Liceo Pira. Coordina, con la Protezione civile gli interventi nel paese dove il problema più urgente, quattro giorni dopo il disastro, è ancora liberare le strade lievitate di metri e metri tra fango, detriti, macerie, alberi trascinati, macchine, masserizie e arredi strappati dalle case e scaraventati in uno scenario da terremoto. Questo tra la via Cavallotti e piazza Asproni: ma se si scende ancora verso via Brigata Sassari, via Musio, via Brescia, i danni diventano infrastrutturali. Costoni franati, asfalto sollevato, pezzi di case portati via. Almeno una ventina di famiglie non possono nemmeno avvicinarsi alle loro abitazioni e non è detto che potranno tornarci. Ospiti di parenti e amici, quasi tutti.

E poi ci sono le attività. Si calcola che almeno una cinquantina di queste siano bloccate. Nel bar “Pigozzi”, di Salvatore Demurtas che qui tutti chiamano Minnie (come l’eterna fidanzata di Topolino), si cerca un faticoso riavvio. «Sabato mattina ero qui dentro – dice Minnie, ho fatto appena in tempo a spostare qualche pedana e poi sono scappato via. Una macchina sbattuta davanti all’ingresso da via Cavallotti ha fatto un po’ da diga, ma ci sono acqua e fango in alcuni macchinari, nella saletta. Non funziona il computer, e sotto il bancone ci sono altri danni. Il perlinato si sta gonfiando».

Più avanti ci sono le sorelle Carzedda: Peppina, Maddalena e Maria Annunziata. Titolari di uno storico bar chiuso da qualche anno, sono armate di secchi, pompa e stracci. Dalla loro casa si vede quella di Lia Orunesu, una delle vittime, che è anche loro cugina. «Poverina, chiedeva aiuto, aiuto, ma come si faceva, l’acqua l’ha portata via in un attimo». E loro ? «Noi ci siamo rifugiate al terzo piano, non c’era acqua, cucina a induzione bloccata perché non c’era elettricità, ma ci siamo salvate».

Ieri è stato il giorno in cui il Comune ha riaperto, dopo che le ruspe, che lavorano incessantemente, hanno liberato il cumulo di massi e alberi arrivato da Lampione. C’è un disastro nel disastro. «Poveri noi, rischiamo di perdere anche la nostra storia». Pina Burrai, la funzionaria dell’ufficio Anagrafe, mostra in lacrime quella che rischia di essere una tragedia dell’identità: i registri di Stato civile dal 1866 a oggi, la memoria storica del paese, sono finiti a mollo. Riempiti di fango. «Qui c’è tutta la vita di Bitti, in questo ufficio tra l’altro c’è l’Anagrafe, lo Stato civile, la leva». I carabinieri aiutano a trasportare questi documenti fuori, sull’auto che li porterà all’Archivio storico di Stato a Cagliari. «Cercheremo di recuperarli»; dicono Enrico Fenu e Consuelo Costa, funzionari della Soprintendenza archivistica. Si sono miracolosamente salvate le schede personali, custodite in uno splendido mobile a cassetti di fine ’800. Documenti che arrivano fino al 1930. Ma è in tilt l’archivio mobile, l’acqua lo ha sollevato come un fuscello e non si può aprire. Ieri, alcuni computer che dai piani più alti si sono salvati dall’acqua e dal fango, sono stati trasportati al Coc, per fare in modo che alcune attività, quelle proprio indispensabili, possano continuare.

«Bisognerà fare in fretta, questa volta, mi auguro che la politica, regionale statale, diano risposte concrete – dice Agostino Demurtas –. Io ho un agriturismo ai piedi del parco Tepilora e non ho avuto molti danni. Ma ci sono persone che hanno già perso tutto nell’alluvione del 2013, la gente è stanca. Anche chi aveva rilevato attività e investito, non può pensare che ogni pochi anni tutto finisca sotto l’acqua. E quando si chiede di quantificare i danni, bisogna capire che è impossibile: anni e anni di investimenti, chi li ripagherà mai? E le sofferenze?». Già, le sofferenze. I danni collaterali. Ieri sera, è tornata la pioggia. E la paura.

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