Patteri: «Business da 90 milioni una svolta per l’interno dell’isola»

SASSARI. Dopo l’avvento del nylon la canapa vide scemare l’interesse dell’industria tessile. Ma ha tante altre qualità, legate alla presenza di metaboliti non Thc, con effetti farmacologici vari, non...

SASSARI. Dopo l’avvento del nylon la canapa vide scemare l’interesse dell’industria tessile. Ma ha tante altre qualità, legate alla presenza di metaboliti non Thc, con effetti farmacologici vari, non psicoattivi, dalle potenzialità di mercato quasi illimitate: servono ad esempio per la sedazione del dolore, ma le infiorescenze di canapa prodotta in Sardegna attirano soprattutto le aziende che all’estero producono cosmetici, mangimi, profumatori di ambienti.

«Un mercato che permette di fare soldi e sul quale in tanti infatti hanno investito nei paesi sardi dell’interno – spiega il borsista di agraria Giacomo Patteri, esperto del settore – Aziende che avevano 3 dipendenti, ne hanno assunto altri 10; è successo a Sarule, Oniferi, Orotelli e in tanti altri paesi, tanto che non si trovavano più ragazzi disposti ad andare in Costa per la stagione. Erano tutti impegnati nei campi. Si stima che vi siano circa 3 milioni di piante, se ognuna rende 30 euro stiamo parlando di un business di almeno 90 milioni».

La sindaca di Oniferi Stefania Piras, in un cliccatissimo post su facebook, dice che «le nostre campagne, quelle che si stanno spopolando, esattamente come i paesi, hanno ripreso a vivere. Credo che un ritorno alla terra così vero non lo si vedesse dagli anni della riforma agraria, dei grandi contributi economici volti a riformare un sistema agricolo "arretrato". Oggi la coltivazione della canapa si è sviluppata senza che dall'alto piovessero contributi. Un mercato che merita attenzione e rispetto per il ritorno economico e sociale delle nostre comunità». E poi: «Coltivare canapa in modo legale vuol dire strappare al malaffare una grande fetta di mercato, censita e alla luce del sole».

«La situazione – dice Patteri – non fa che ampliare il distacco tra lavoro e istituzioni e spinge chi ha i magazzini pieni a comportarsi magari in maniera illecita per liberarsi del raccolto».

«È una coltura a bassissimo impatto ambientale – dice Roggero – ha bisogno di pochissima chimica e di poca acqua, va bene anche sui terreni contaminati, è un’opzione valida per l’adattamento ai cambiamenti climatici. Rinunciarci in tempi di spopolamento è un peccato».

«E ha un alto valore aggiunto – spiega Patteri – potendo essere coltivata anche in piccole superfici e con pochissima meccanizzazione, il che costringe le aziende ad assumere molte braccia, con una buona redistribuzione del reddito. L’indotto è importantissimo: ad esempio i rivenditori di impianti di irrigazione e concimi hanno fatto un balzo nelle vendite. Così come quelli di ventilatori e deumidificatori (per l’essiccazione delle infiorescenze), le ditte di trasporti. Ora è tutto fermo, tutti hanno paura. Sono migliaia. Il rischio è che chi ha assunto posizioni importanti molli tutto e, anche se dovessero esserci delle schiarite, non possa più recuperare». (a.palmas)

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