Intervista con il ministro dei Trasporti: «1,8 miliardi di euro per le strade della Sardegna»

Enrico Giovannini spiega come il governo vuole utilizzare i soldi del Pnrr per l’isola: «Si può puntare sui treni a idrogeno»

SASSARI. Il Pnrr non prevede grandi risorse per la Sardegna. Ma il Governo Draghi, per bocca del ministro delle Infrastrutture, Enrico Giovannini, assicura che altre consistenti risorse saranno disponibili per finanziare progetti in Sardegna. Ma sempre seguendo la traccia delineata dall’Europa, che punta a uno sviluppo infrastrutturale rispettoso dell’ambiente.

Ministro Giovannini, cominciamo subito dalle note dolenti: l’allegato al Documento di economia e finanza, che descrive le scelte del Governo in materia di infrastrutture e mobilità, in Sardegna ha lasciato l’amaro in bocca. Poche risorse dai fondi del Pnrr per le infrastrutture dell’isola e soprattutto per le ferrovie. Perché?

«Complessivamente la Sardegna in termini di Pnrr e Fondo complementare è destinataria di circa 1,3 miliardi, destinate a varie voci: ferrovie, porti, ciclovie, riqualificazione urbana, risorse idriche, il collegamento degli aeroporti di Olbia e Alghero alle città, il raddoppio della Decimomannu-Villamassargia. Ricordo poi che il Pnrr è vincolato alla scadenza del 2026. E si tratta di un termine stringente, che ha obbligato il Governo a escludere una serie di opere, pur importanti, ma che non avrebbero potuto realizzare lotti funzionali, cioè in esercizio, entro l’anno stabilito dall’Ue».

Il nostro sistema ferroviario resterà così com’è?

«La buona notizia è che Pnrr e Fondo complementare non sono l’unica fonte finanziaria disponibile. C’è anche il Fondo sviluppo e coesione e ci sono 80 miliardi dei fondi europei 2021-2027 destinati all’Italia; poi ci sono i fondi pluriennali per gli investimenti. Il tema, quindi, non è ciò che manca nel Pnrr, ma come si può usare al meglio il quadro finanziario complessivo. Ed è per questo che ai presidenti di Regione sto per proporre di aprire dei tavoli territoriali e regionali per affrontare in modo sistemico la programmazione delle infrastrutture e dei trasporti dei prossimi anni. Una parte dei fondi va decisa dalle Regioni, una parte dallo Stato, ma è importante che ci sia una progettualità coordinata e complementare in modo da rafforzare gli interventi. Il Pnrr non era l’ultima scialuppa su cui saltare, tutt’altro. Per questo sono importanti i tavoli territoriali».

Quindi c’è ancora spazio per migliorare le nostre ferrovie? Siamo l’unica regione senza elettrificazione e senza doppio binario, siamo rimasti quasi all’800…

«Certamente. L’elettrificazione, infatti, è una strategia già inserita nel Pnrr, specialmente per il Mezzogiorno e anche per la Sardegna. Ma c’è una riflessione che abbiamo fatto in sede di preparazione del Piano: invece di procedere con l’elettrificazione non sarebbe in alcuni casi più conveniente investire direttamente sui treni a idrogeno, grazie al Pnrr previsti in alcune aree del Paese a livello sperimentale? È chiaro che puntando sull’idrogeno si evita di dover fare un’infrastruttura elettrica che poi dovrà essere sostituita. La cosa importante è sviluppare una visione condivisa tra regioni e stato. In astratto, se una Regione chiedesse al Governo di fare con fondi statali una ferrovia e poi accanto pensasse di costruirci un’autostrada con i fondi propri, si sprecherebbero le risorse. I tavoli territoriali proveranno a costruire proprio una visione da qui al 2030 considerando sia i fondi del Pnrr, che arrivano al 2026, ma anche quelli che hanno scadenze più a lungo termine. Ad esempio, per i porti italiani abbiamo ripartito 4,2 miliardi di euro, anche in un’ottica green, e per la Sardegna sono disponibili 270 milioni di cui 132 per il porto di Cagliari. Questo non esaurisce l’investimento sui porti dato che altri fondi, regionali, nazionali ed europei possono essere investiti in questa direzione».

A proposito di porti: Arbatax otterrà il passaggio sotto l’Autorità di sistema portuale?

«Siamo favorevoli. È in preparazione un decreto su infrastrutture trasporti e pensiamo che il tema possa essere sviluppato in questo provvedimento».

Al meeting di Rimini lei ha insistito sull’aspetto dei costi che derivano da una mancata transizione energetica: 60mila morti all’anno per in inquinamento, disastri ambientali.Anche le infrastrutture devono svilupparsi in questa ottica?

«Quasi il 40 per cento del Pnrr va esattamente nella direzione della transizione ecologica. Ricordo che il Pnrr ha come principio base quello di non danneggiare significativamente l’ambiente, principio da seguire anche nell’utilizzo dei fondi europei ordinari, e anche quelli nazionali dovrebbero rispettare questo criterio. È una trasformazione di sistema che impegnerà per anni il nostro Paese. È un cambiamento di paradigma, che ha un’implicazione importante anche, e direi soprattutto, per gli investimenti. Una delle caratteristiche del Pnrr è la transizione verso il trasporto ferroviario con la cosiddetta “cura del ferro” o, come si dice più tecnicamente, “shift modale”. Si tratta di prevedere interconnessioni e fare accedere alle ferrovie chi oggi non ha la possibilità di farlo e quindi connettere territori riducendo i tempi di spostamento. Consideri che il Pnrr consentirà a 12 milioni di persone, di cui 9 nel Mezzogiorno, di accedere all’alta velocità».

Tra questi non ci saranno i sardi

«Il caso della Sardegna non è solo eccezionale, di più. C’è stata una forte disattenzione nei decenni scorsi, che si evince anche nel recente studio della Banca d’Italia sulla disuguaglianza infrastrutturale. Per questo il presidente Draghi, nel colloquio dei giorni scorsi col presidente Solinas, ha sottolineato l’attenzione del governo per la Sardegna. Il tema delle ferrovie è certamente rilevante, ma lo è anche quello della manutenzione delle strade. Per questo entro settembre si procederà al commissariamento di 10 interventi sulla rete stradale della Sardegna per complessivi 1,8 miliardi di euro. Il commissario straordinario sarà probabilmente lo stesso presidente Solinas. È un altro esempio di attenzione verso una Regione che non ha solo bisogno di treni e porti, ma anche di mettere in sicurezza e migliorare il sistema stradale».

Le imprese chiedono anche una semplificazione delle procedure. Ci sarà?

«C’è già stata. I decreti sulla semplificazione e la governance del Pnrr prevedono una serie di velocizzazioni. Per 10 opere di particolare importanza è previsto un canale super rapido che passa dal Consiglio superiore dei lavori pubblici in cui siederanno i rappresentanti dei vari ministeri per dare tutte le autorizzazioni richieste. La velocizzazione deve riguardare tutte le fasi, una delle quali riguarda la capacità delle Regioni e dei Comuni di procedere, ad esempio, alla preparazione dei bandi. La mancanza di risorse umane competenti è spesso la causa di ritardi. Negli accordi che abbiamo sottoscritto a luglio e agosto in sede di conferenza Stato-Regioni abbiamo già ripartito 9 miliardi del Pnrr e soprattutto del fondo complementare. Ad agosto ho firmato i vari decreti e ora il concreto utilizzo delle risorse spetta di competenza alle Regioni e ai Comuni. Noi monitoreremo il processo. Il governo ha bandito alcuni concorsi per l’assunzione di personale qualificato da assegnare alle amministrazioni territoriali. Questo modo innovativo di procedere rappresenta una rivoluzione rispetto al passato che non riguarda solo il Governo, ma deve estendersi tutte le pubbliche amministrazioni. Noi siamo a disposizione per identificare anche le buone pratiche e consentire alle Regioni di procedere più speditamente».

In questa semplificazione non ci sono dei rischi che saltino alcune tutele per l’ambiente?

«Non vedo questo rischio e non lo vede chi legge attentamente le nuove misure introdotte. Le nuove linee guida per gli studi di fattibilità tecnico-economica dei progetti, ad esempio, prevedono una valutazione di sostenibilità ambientale e non solo una valutazione di impatto ambientale. Non ho cambiato il nome del ministero tanto per dare una spennellata di verde ma per cambiare in profondità il modo in cui si realizzano le infrastrutture e gli investimenti nel nostro Paese, in linea con le scelte europee. I rischi esistono sempre, ma basta leggere i contenuti di queste linee guida per capire che le imprese, nel presentare i progetti, saranno obbligate a esplicitare molti più dettagli di prima, specialmente sugli aspetti ambientali. Ad esempio, il possibile riuso dei materiali quando quell’opera andrà demolita perché giunta a fine vita. Introdurre il concetto di economia circolare nelle infrastrutture è molto rilevante. Con l’economia lineare si individua un bisogno, si prendono le materie prime, si fa un prodotto e lo si usa. E alla fine lo si scarta ed eventualmente si pensa a come riciclarlo. Nell’economia circolare c’è il concetto di ecodesign e fin dalla progettazione di un prodotto si pensa a come potrà essere riutilizzato. Per la prima volta introduciamo questo principio anche nelle infrastrutture e molte imprese italiane sono già molto attive su questo front».

Ministro, ci dia dei tempi certi per gli interventi sulla Sardegna

«Nei prossimi giorni fisseremo incontri con i rappresentanti delle istituzioni territoriali». ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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