La mappa della nuova sanità in Sardegna: si riparte dai territori, via alle 74 "case della salute"

L’assessore Nieddu: «Cercheremo di essere il più vicino possibile ai cittadini»

CAGLIARI. Cos’è la medicina territoriale? È la sanità «il più possibile vicino alle esigenze delle persone e dei territori». Nelle oltre 180 pagine della riforma, quella che presto sarà presentata dalla Regione ai sindaci, lo stesso concetto è ribadito in ogni capitolo. Sempre e comunque – si legge in un altro passaggio – «il paziente dovrà ritornare a essere al centro dell’offerta sanitaria, mentre finora lo sono stati solo i bilanci oppure gli ospedali centralizzati». La rivoluzione, secondo l’assessore Mario Nieddu, sarà proprio: «Garantire i migliori standard possibili in tutti i Comuni, non importa se siano sulla costa o all’interno».

La premessa. È stato dato alle stampe un libro dei sogni oppure no? Come sarà costruita la Grande rete della «sanità di prossimità», o meglio, dell’auspicato «casa per casa»? Ma prima di tutto quando e dove saranno recuperati i finanziamenti per metterla assieme il più in fretta possibile? Ecco una prima risposta: arriveranno dal Piano straordinario di ripresa e resilienza, l’atteso Pnrr, e dai Fondi europei per lo sviluppo regionale. Anche, se nel dossier, non c’è una cifra assoluta, almeno approssimativa, di quanti soldi saranno necessari per realizzarlo. Non c’è traccia neanche del numero di medici e infermieri indispensabile perché la Rete entri a regime e sia efficiente. Forse è proprio questo il capitolo che oggi manca al Piano per la «rinascita della medicina territoriale – sono le parole testuali dell’assessore Nieddu – all’indomani dell’emergenza pandemia».


La Rete. A capo del nuovo schema ci saranno le otto Asl, che da gennaio in poi riprenderanno a gestire la sanità: Sassari, Gallura, Nuoro, Ogliastra, Oristano, Medio Campidano, Sulcis-Iglesiente e Cagliari. Ma allargando la mappa si scopre che c’è molto altro alle loro spalle. Prima di tutto i 24 distretti sanitari, che già esistono ma – secondo la riforma – dovranno «rafforzare il loro ruolo nel saper programmare quali bisogni sociali e sanitari dovranno essere garantiti in ciascun territorio». In altre parole, saranno i distretti a dover «indirizzare le strategie nel sempre complesso sistema organizzativo della medicina territoriale».

Punto unico di accesso. Ogni cittadino avrà «un Pua come luogo di riferimento». È da lì che dovrà passare per «entrare in contatto con il sistema sanitario» e «ottenere tutte le informazioni sui servizi offerti nel suo distretto di residenza fino all’eventuale ricovero». C’è una frase significativa che spiega ancora meglio la centralità dei Pua: «Dovranno prendersi cura della persona nella complessità e globalità dei bisogni socio-sanitari da soddisfare».

Le Case di comunità. I Punti unici d’accesso saranno innanzitutto «cuore e cervello» delle annunciate 74 Case di comunità. Che ruolo avranno? «Saranno le strutture dove, in unico spazio, sarà raccolta l’intera offerta extra ospedaliera del servizio sanitario presente nei territori e integrata con quella sociale». È nella Casa che saranno presenti, 24 ore su 24, le equipe multidisciplinari: medici di famiglia, pediatri, specialisti, infermieri, psicologi e assistenti sociali. «Dovranno essere proprio questi team – si legge – a garantire, in modo continuativo, le prestazioni sanitarie alle loro comunità di riferimento», anche «nei diversi percorsi diagnostico-terepautici». Saranno poliambulatori, in estrema sintesi, con la missione di «favorire sempre l’equo accesso alle cure primarie in qualunque Comune e il più vicino possibile alla residenza del paziente che prenderanno in carico». Per svolgere appieno la loro funzione, dovranno utilizzare al massimo le nuove tecnologie – la telemedicina, in particolare – e sfruttare «le ancora immense potenzialità del fascicolo sanitario elettronico in cui saranno raccolti i dati di ciascun paziente». Quattordici Case sono già operative, dodici saranno aperte entro l’anno prossimo, 45 verranno costruite con i finanziamenti del Pnrr e le ultime tre grazie ai Fondi europei. Alla fine, stando alla mappa, «ognuno dei 377 Comuni, aggregati per macro aeree, potrà così contare su una propria Casa della salute».

Gli Ospedali di comunità. Saranno 35 e «svolgeranno una funzione intermedia tra il domicilio del paziente e i ricoveri ospedalieri nelle strutture sanitarie centrali, con la «fondamentale finalità – testuale – di evitare i ricoveri impropri» e quindi «saranno destinati ai pazienti che necessitano di interventi a media e bassa intensità clinica per degenze di breve durata, massimo 15-30 giorni». L’esempio più semplice è questo: è in questi ospedali-pronto soccorso che un paziente dovrà «rivolgersi per la prima assistenza nel caso in cui abbia problemi di bassa complessità e per cui, stando alla diagnosi del medico, non sia necessario il ricovero in un ospedale di primo livello». Alcune strutture saranno riconvertite, altre finanziate dal Pnrr, tredici, e le ultime ventidue realizzate con Fondi europei. Anche in questo caso, sempre stando alla mappa, sarà garantito un «Ospedale di comunità, con 20 posti letto, ogni 50mila abitanti, per evitare che uno o più Comuni restino scoperti».

Le Centrali operative. Saranno ventiquattro e sono tutte da realizzare. All’interno della rete dovranno «coordinare la presa in carico del paziente, tenere collegate fra loro le strutture sanitarie territoriali e, infine, dialogare con la rete dell’emergenza-urgenza». Avranno, ad esempio, un ruolo fondamentale nell’assistenza delle persone che presentano esigenze sanitarie e socio sanitarie complesse».

Il futuro prossimo. A metà novembre, il 16, la rivoluzione sarà presentata dall’assessore ai sindaci. Da quel momento in poi comincerà la corsa, al lordo delle diverse correzioni che ci saranno e delle discussioni politiche, per realizzare la Grande rete della medicina territoriale.

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