Pische, eroe in carrozzina maestro di nuoto e di vita

Giovanni Pische al centro in carrozzina, Gianni Minà è il primo a sinistra

Era di Santu Lussurgiu il reduce di guerra che inventò lo sport paralimpico. Amico ed educatore di Gianni Minà: «Per noi era come il Piccolo Principe»

SANTU LUSSURGIU. Un mazzo di fiori freschi che si muovono in maniera quasi impercettibile sotto una pioggia battente, sulla lapide la foto a colori risalente ai suoi ultimi anni di vita, in cui dalla sua sedia a rotelle sorride sotto l’ombra di una palma. Giovanni Pische riposa in pace nella parte alta del cimitero di Santu Lussurgiu, il piccolo centro del Montiferru in cui è nato nel 1921. Poche centinaia di metri più in là, dalla parte del campo sportivo la palestra che gli venne intitolata nel 1999, dodici anni dopo la sua morte, è di fatto l’unica traccia tangibile di un grande personaggio che è sostanzialmente sconosciuto a chi non è nato qui. I più anziani, da queste parti, ricordano il suo nome e la sua figura di uomo attivo e dinamico nonostante avesse le gambe paralizzate; in pochi, però, sanno esattamente quale vita straordinaria abbia vissuto.

Un personaggio unico. Aviatore, reduce e invalido di guerra, poi istruttore, pioniere dello sport paralimpico, medagliato ai Giochi di Tokyo nel 1964, promotore e dirigente nazionale e internazionale dello sport per portatori di handicap. Ma anche educatore, poeta e soprattutto maestro di vita per tanti giovani incontrati nella seconda parte della sua esistenza. Già, perché la prima parte della sua vita si chiude di fatto nel giugno del 1943, in pieno Secondo conflitto mondiale, quando il velivolo dell’Aeronautica sul quale opera come marconista di bordo viene abbattuto dalla Royal Air Force britannica al largo di Pantelleria. Giovanni Pische viene ripescato in mare e salvato miracolosamente ma le lesioni riportate alla colonna vertebrale, scheggiata da un proiettile, lo condannano a restare per sempre su una sedia a rotelle. È dopo la guerra, superato il trauma della perdita dell’uso delle gambe, che inizia la sua seconda vita. Un po’ meno avventurosa, forse, ma non per questo meno straordinaria.

Il maestro arrivato dall’isola.Le cure riabilitative non gli restituiscono la possibilità di camminare e giocare a calcio (in gioventù era stato un portiere), la testardaggine e la passione per lo sport gli consentono di riprendere a nuotare. Proprio come da ragazzo, nel rio Sos Molinos, appena fuori da Santu Lussurgiu. Per qualche ragione finì a Torino, dove ben presto diventò un istruttore della piscina comunale. «È difficile da immaginare un paraplegico che si lega le gambe con una camera d’aria per tenerle a galla e poi si tuffa in una piscina comunale, ma questo era Giovanni». La testimonianza diretta è del grande giornalista Gianni Minà, che da ragazzo ebbe modo di trascorrere tantissimo tempo con l’eroe di guerra arrivato dal Montiferru. E che nella sua autobiografia gli dedica un intero capitolo. «Giovanni mi insegnò a nuotare e gliene sono ancora grato – racconta Minà –. La prima traversata impaurita della piscina comunale di Torino l’avevo fatta con lui che mi aspettava, dall’altro lato della vasca, pronto a prendermi. Se il tuo maestro di nuoto è un istruttore dal fisico asciutto e robusto che solitamente se ne sta a bordo piscina, in tuta, tu impari a nuotare; ma se il tuo maestro di nuoto è un paraplegico che sta in acqua con te e ha le gambe strette da una camera d’aria, tu impari anche a vivere».

Ricordi indelebili.Gianni Minà, che molti anni dopo la sua morte partecipò alla sua commemorazione a Santu Lussurgiu, sottolinea più volte come l’incontro con Giovanni Pische abbia profondamente segnato la sua vita. «È stato alle case popolari – racconta – di fronte alla caserma Monte Grappa, vicino allo stadio comunale, che incontrai il nostro profeta, il nostro Augusto Monti, mio e di tutti i ragazzi del gruppo. Era un eroe di guerra, medaglia d’argento, un aviatore. Giovanni Pische era stato un atleta, aveva promesso a se stesso che avrebbe continuato, con tutte le sue forze, a praticare lo sport. Di lui si occupava suo fratello Leo. Ogni tanto venivano dalla Sardegna i genitori, mi ricordo la madre, una piccola contadina dalle mani consumate con un ruvido scialle nero pesante intorno al viso. Lei era semianalfabeta, ma aveva voluto che i suoi figli studiassero, avessero un’educazione. Giovanni si dedicò a noi con la febbre di un precettore. Il nostro campo di calcio era l’enorme piazza d’Armi, di fianco alla caserma degli Alpini. Lì, numerosi adolescenti facevano le loro partite, dividendosi a spicchi lo spazio. Noi ne occupavamo una parte e lui ci separava in due squadre e ci arbitrava, girando velocemente le ruote della sua carrozzella per seguire le azioni. Una carrozzella molto più pesante di quelle di adesso».

Lo sport per i disabili.La passione per il nuoto, come detto, con venne meno neanche con le importanti menomazioni fisiche successive all’incidente di guerra. Giovanni Pische continua a nuotare, sia per gli altri che per sé, e si rende conto che il mondo sta cambiando anche per i disabili. Dal 1948, a Stole Mandeville, in Inghilterra, vengono organizzate gare internazionali dedicate ai disabili. Qui nel 1961 arriva il suo primo successo, poi tre anni più tardi nascono le Paralimpiadi: a Tokyo, Pische conquista la medaglia di bronzo. Un risultato storico, che successivamente gli varrà l’onorificenza di Gran Cavaliere della Repubblica. Tra gli allenamenti, l’impegno con i ragazzi e la grande passione per la poesia, Giovanni Pische scende in campo anche come promotore di battaglie civili assolutamente avanti con i tempi e di iniziative a favore dei disabili: è tra i fondatori dell’Associazione nazionale tutela handicappati e invalidi, e ha l’onore di venire chiamato nel consiglio mondiale dello sport per persone diversamente abili. A volerlo al suo fianco è Ludwig Guttmann in persona, ovvero colui che proprio a Stoke Mandeville aveva creato un centro specializzato per le malattie spinale e successivamente ideato quella manifestazione sportiva antesignana delle Paralimpiadi.

Come un Piccolo principe. «A turno ci portava a teatro – racconta ancora Gianni Minà –. Voleva che conoscessimo la prosa, che provassimo l’emozione di ascoltare recitare degli attori veri. Dopo, ne parlavamo per giorni. Andavamo al velodromo, anche, a vedere il ciclismo su pista. E al cinema, dove Giovanni poteva entrare gratis con un accompagnatore. Fu anche il primo, tra i nostri condomini, a possedere la televisione. Essendo medaglia d’argento al valore militare, aveva uno sconto e se la comprò. La sera andavamo da lui. Trionfava lo sport: il calcio, l’atletica, il ciclismo, il pugilato. Ricordo anche il suo cane lupo che si chiamava Wolf. Si accucciava sotto la sua carrozzella, e restava lì, tutto il tempo all’erta». In un’epoca in cui i padri trascorrevano la maggior parte del tempo fuori da casa a lavorare, figure come quella di Giovanni Pische potevano diventare fondamentali nell’educazione dei giovani. «In qualche modo – ricorda Minà – assunse su di sé un ruolo genitoriale, o almeno di fratello maggiore. Con mio padre che stava spesso fuori, Giovanni aiutava me e mio fratello anche con la scuola. Ci costrinse a occuparci di atletica, ciclismo, nuoto, letteratura. Scriveva anche poesie e improvvisava piccoli concorsi letterari tra di noi, ci insegnava a parlare alle ragazze. Sì, Giovanni era una specie di Piccolo Principe».

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