Spopolamento: gli ultimi irriducibili di Semestene, paese senza futuro

Nel piccolo centro del Meilogu sopravvive una sola attività commerciale. Poca copertura telefonica e linea internet, ma i residenti non si arrendono 

SEMESTENE. A metà mattina in piazza non c’è un’anima. Non è colpa della pioggia, che pure cade con insistenza. Il motivo è un altro e scoprirlo è come aprire una finestra sul tempo. Passato, ovviamente. L’arcano lo svela una signora che guarda la pioggia dietro alla porta a vetri che protegge l’uscio di casa: «Il bar? È inutile che ci vada, stamattina non c’è nessuno». Chiedere perché è come superare un punto di non ritorno che ti catapulta in un’epoca dimenticata: «Stamattina ammazzano un maiale, sono tutti là». Che poi, per quantificare il “tutti” non serve certo la calcolatrice in un paese che ha 142 residenti, diversi dei quali solo sulla carta. Saranno cinque, al massimo sei i “giovani” convocati al rito bucolico che è anche l’evento del giorno, forse della settimana. E le virgolette non sono messe a caso: vivere a Semestene significa crescere immersi in un perpetuo elisir di giovinezza, perché i ragazzi hanno più di 50 anni, i capelli bianchi, le mani segnate dal lavoro e più di una ruga sulla faccia. Altrove sarebbero persone di mezza età, qua sono l’avanguardia scavezzacollo di una popolazione che ha un’età media vicina agli 80 anni. E come tutti i giovani assetati di vita, intorno alle 11 arrivano al bar/market/melting pot di Deborah Masia, che con i suoi 31 anni ha in tasca la possibilità di abbassare drasticamente l’età media di Semestene: «Ora ti deluderò – dice –, sono di Pozzomaggiore».

Peccato. Eppure Deborah è comunque una mosca bianca, l’unica che negli ultimi anni percorre la strada verso Semestene per andare a lavorare, ad eccezione del dipendente delle Poste che arriva in paese tre volte alla settimana per aprire l’ufficio in piazza Dante Alighieri. O del farmacista che apriva il suo banco per due ore alla settimana ma che da un anno a questa parte è sparito. Fino a qualche tempo fa in paese c’era anche un emporio, dove si poteva fare un minimo di spesa, comprare il giornale e magari qualche suppellettile. Ora è tutto nelle mani di Deborah, che in due stanze di una vecchia casa, ovviamente ristrutturata, è riuscita a tirare su un piccolo bar in una stanza e un market nell’altra. Sugli scaffali c’è giusto quello che può servire: pane, qualche pacco di pasta, acqua, latte e altri generi di prima necessità. Nessun fronzolo anche al bar, dove però Gino Scodinu, il primo cliente di mezza mattina che si materializza davanti al bancone, precisa subito un aspetto importante: «La birra c’è». Quello che manca, insomma, non è l’Ichnusa. Piuttosto sarebbe utile una legenda da consultare, qualcosa che spieghi ai visitatori che se si incontra qualcuno intento a camminare per le vie del paese mentre solleva il telefono con la mano, non si tratta di un rabdomante 2.0. E di certo non è un tiktoker canuto impegnato nell’ultima stravagante challenge. È solo qualcuno capitato per caso a Semestene, impegnato a scovare un minimo di segnale telefonico o a inseguire il miraggio della linea dati. Magari per dare una scossa al suo WhatsApp. Una cosa che non capita ai resident che ormai conoscono la mappa dei punti in cui i cellulari ricevono il segnale. Nel bar di Deborah c’è l’antenna che pesca il web via radio: «Ma non funziona granché. E i cellulari prendono solo in alcuni punti, quando prendono». Eppure, le lamentele sono ridotte all’osso: «Non rinnego la mia scelta, qua non va peggio che in altri posti. Abbiamo sofferto il lockdown ma riusciamo a lavorare e a tirare fuori due stipendi da questa attività. Certo, ci sono tante spese da pagare ma è anche vero che non abbiamo concorrenza».

Deborah, poi, racconta la sua realtà e svela un segreto: «Il bar è un po’ il centro di questa comunità. Regge quasi tutta la vita sociale. Per un periodo abbiamo avuto tra i clienti anche 15 operai che lavoravano in zona. E a Semestene ci sono anche due o tre ragazzi sotto i 40 anni». Dei baby avventori, però, non c’è traccia. Quindi è ancora Gino a tenere viva la conversazione: «Qua si vive bene – risponde quando gli si chiede se il suo paese possa invertire una tendenza che sembra destinata allo spopolamento, lento ma inesorabile –, se hai un lavoretto e riesci a sbarcare il lunario. E poi, hai visto Semestene? Le strade sono perfette, il paese è pulito, silenzioso. È un posto perfetto in cui vivere».

Durante l’arringa di Gino, al bar arriva anche Guido Ardara che prima conferma le parole dell’amico e poi sposta il discorso sull’immobiliare, perché da queste parti le occasioni non mancano: «Hai visto la casa qua a fianco? – chiede –. Non è messa bene, è da ristrutturare ma saranno circa 150 metri quadri, con giardino, e la vendono a 5mila euro. Ce ne sono anche altre, più care. Costano 15, 20 e anche 30mila. Sono affari perché alla fine non siamo così isolati come potrebbe sembrare. Pozzomaggiore è vicino, poi c’è Bonorva a un passo e la 131 dista solo 4 chilometri». Vero, tutto vero. Anche se l’accesso alla 131 è chiuso da 8 mesi perché incastrato nei lavori di costruzione del cavalcavia che sostituirà l’incrocio per Bonorva. «Ma si passa comunque, ci sono solo pochi metri di strada sterrata», dicono tutti all’unisono. Un’altra questione mette tutti d’accordo: «Da qua i giovani scappano. Vogliono i servizi, le scuole per i figli, lo sport. E manca il lavoro anche se ci sono 6 o 7 allevatori che non avranno ricambi. Quando smetteranno, le loro aziende chiuderanno». Intanto, al bar si è accomodato anche Giuseppe Sanna, uno “straniero”: «Ma non posso parlare di Semestene, sono di Cheremule. Anche se la nostra situazione non è molto diversa». Perché il problema è proprio questo: lo spopolamento è una condizione comune e per scongiurarlo non bastano le parole.
 

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